Blind di Eskil Vogt

una donna soffre di una condizione che trasforma in una specie di prigionia psicologica: ha perso la vista e se ne sta rinchiusa nella sua abitazione, con la sola saltuaria compagnia del marito. lui lavora e talvolta torna a casa, lei passa le sue giornate a fantasticare e a scrivere un romanzo. il film segue da vicino ciò che lei vede, pensa o immagina nel tentativo disperato di non perdere il contatto con ciò che adesso è ridotto ad essere il ricordo (e la rielaborazione) di un’impressione visiva: da immagini/senso (l’inquadratura si stringe talmente tanto su dettagli tattili – la mano della protagonista che sfiora qualcosa, un contatto accidentale, una ricerca a tentoni – o auditivi – un deglutire, la fonte di un rumore, l’ipotesi circostante un suono – da dare l’impressione che quanto si osserva sia effettivamente frutto di un’alienazione percettiva: dati sensibili si traducono in visione) a immagini/fantasia (la maggior parte del film ruota attorno a ciò che la donna suppone, teme, immagina: pezzi di un racconto – non esenti da ripensamenti, da errori, da confusioni creative – oppure ancora angosce legate alla mancanza della vista – il marito è ancora nella stanza, oppure è già uscito, forse sta in silenzio accanto alla porta – tanto da far perdere effettivamente il contatto con le possibili distinzioni pianali tra realtà e non-realtà).

ben più che un semplice e quasi-onirico gioco narrativo (la vita della protagonista subisce continue intrusioni immaginarie, tanto che lei arriva a figurarsi il rapporto del marito con un’altra donna – frutto esclusivo della sua fantasia) questo blind sfrutta il pretesto della sua protagonista e del suo handicap per riaffermare il potere dell’immagine cinematografica (in senso lato: non si ha una vera e propria ricerca estetica quanto piuttosto una più banale tendenza cumulativa, creativa ma composta e realistica, incentrata su una quotidianità quasi sciatta): sembra che, piuttosto che seguire l’andamento di una narrazione (anche se interiore: fuori dalla mente della protagonista non succede assolutamente niente – o quasi) il film sia soltanto una collezione di immagini psicologico/percettive, di giochi di memoria, succube della stessa tensione della donna: sembra che, nel suo accumulare (talvolta freneticamente) impressioni visive di varia sorta, il film tema proprio di perdere il contatto che ha con le sue immagini, in un certo modo la sua stessa capacità creativa. non è un caso che il tutto si basi su una duplice capacità della donna: immaginativa nel senso di strutturazione creativa di un’immagine (immaginare che qualcosa accada) e immaginativa nel senso di visualizzazione dell’immagine formulata (veder accadere qualcosa laddove la visione sia un atto di forza, un’imposizione, uno sforzo più che mai creativo e non banalmente ri-creativo – come potrebbe essere inteso quello dell’immaginare una scena quando si ha la possibilità di vedere). blind sembra essere preda di un’ansia che lo lega costantemente a sé stesso: fornisce un gran numero di immagini affinché la sua struttura sia ben solida e fornisce un gran numero di impressioni narrative (perché in fin dei conti il racconto è elementare) al fine di allontanare qualsiasi vacuità. abita uno spazio che ricolma di elementi e al tempo stesso in quello spazio resta intrappolato, un po’ come la sua protagonista (emblematico il frammento in cui la sua casa viene mostrata vuota: è veramente vuota? gli oggetti che la arredano sono soltanto ‘immaginati’? lo spazio è vacuo o denso? – queste stesse domande possono essere rivolte al film tutto).

concatenando in questo modo niente più che una serie di visioni, il film al tempo stesso ha un senso ma questo senso lo rende ambiguo, di un’ambiguità inevitabilmente legata alla domanda “quanto è reale quello che sto vedendo?”. senso di ambiguità che insistentemente si insinua da ogni parte e che si esprime appieno nel finale, conclusione quantomeno misteriosa e aperta.

un film intenso, spesso, materico. la sua intensità, la sua materia sono in questo caso composte da serie cumulative, veri e propri flussi di frammenti visivi prima ancora che narrativi, che si intrecciano a comporre un tutt’uno multiforme, semplice nella sua linearità ma anche stratificato, complicato (se non complesso) tanto da assumere le sembianze di una vera e propria riflessione epistemologica. un episodio teoricamente intenso, emotivamente coinvolgente, stilisticamente interessante.

[★★☆☆☆]

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