Il Dottor Stranamore di Stanley Kubrick

“ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba”: pare che di questa organica prosecuzione del suo titolo il film non faccia soltanto uno sberleffo cinico (meramente ‘iconico’) o un’altrettanto cinica risoluzione narrativa (i protagonisti, nel bene e nel male, effettivamente sul finire si abbandonano all'”amore per la bomba”) ma addirittura si sbilanci fino ad arrivare a somigliarle, a farla somigliare a sé stesso, a far somigliare i suoi intenti e la sua struttura agli esiti che arriva a esprimere il suo racconto (perché, inevitabilmente, di racconto e soltanto di racconto ancora una volta si sta parlando: nonostante l’immagine provi ad emanciparsi – il riferimento più evidente è chiaramente quello della sequenza-impressione-descrizione dei titoli di testa – essa rimane pur sempre piegata agli intenti del kubrick-narratore). e in effetti questo film ama la bomba e sembra la bomba, a tal punto che si potrebbero riassumere le sue caratteristiche proprio parlando di una semantica estesa circostante un generico (e generalizzato) ordigno nucleare.

e quindi il dottor stranamore analogamente all’ordigno nucleare che ha come protagonista è innanzi tutto uno strumento meccanico (frutto di una tecnica, ad un livello superficiale e semplificazionista di critica epistemologica): la stilistica di kubrick, calibratissima ed elegante, è in grado di trasformare una narrazione potenzialmente delirante in un marchingegno spietato, quasi deterministico, a posteriori deformato da un sardonico cinismo ma intrinsecamente legato all’ottusa inevitabilità dei suoi sviluppi nodali. il latente senso del ridicolo che rende ogni parte del meccanismo una macchietta idiota (i protagonisti, siano essi capi di stato o militari o spie, sono dal primo all’ultimo dei completi imbecilli) si innesta proprio sulla sostanziale impotenza delle singole parti costituenti di questo ingranaggio: ritrovatisi dinnanzi l’attivazione del gigantesco ordigno di cui tutti fanno parte (il sistema narrativo stesso) gli anti-eroi di questa epopea ridicola si scoprono sempre più ininfluenti, sempre più disarmati, sempre più privi di mezzi per impedire la deriva cui assistono. esponenti di interi macro-sistemi sociali, questi poveri sventurati non sono assolutamente in grado di impedire una deflagrazione che in un certo senso li coinvolge, che in un certo senso dipende da loro e al tempo stesso che dalla loro decisione esula completamente: la bomba, demenzialmente innescatasi per caso, mette in moto tutte le sue componenti come schegge impazzite, pre-determinate, sostanzialmente insignificanti. l’ironia parodistica e spietata del film si origina proprio dalla consapevolezza di questa infinita minorità delle parti costituenti rispetto il processo che le costituisce: ironia che per ovvi motivi trova il suo basamento nel sistema narrativo ma che, sapientemente, si ritrova a filtrare anche e soprattutto attraverso una stilistica glaciale, dissacrante, quasi compassionevole.

non solo, ma il dottor stranamore sempre analogamente all’ordigno che ha come protagonista è anche un’arma di distruzione di massa, uno strumento di lotta politica, di imposizione autoritaria. definire la satira di questo film “anarchica” è assolutamente fuori-luogo, come del resto è fuori-luogo vedere i film di kubrick come un tentativo di ‘strappare’ il linguaggio cinematografico di riferimento: piuttosto, anziché ad una lacerazione, questi film conducono ad un’ispessimento delle dipendenze strutturali che le loro immagini hanno con ciò che le struttura. l’autore, vero e proprio fulcro del potere che la sua ‘bomba’ (il film) incarna ed esprime, è a tutti gli effetti un centro esautorante: non soltanto ha premuto il bottone che ha reso il suo ordigno in grado di esplodere, ma ha anche costruito la sua stessa arma. arma che distrugge le masse (le culture) piuttosto che gli individui, e che a quelle stesse masse inesorabilmente si riferisce: piuttosto che impattarsi col suo pubblico, snaturarlo, deformarlo o trascenderlo, questo film si limita ad ‘educarlo’ fornendogli un prodotto concreto, elementare, dissacrante. e proprio come uno strumento feroce come un ordigno nucleare impone un potere scagliandosi contro una linea di potere, così questo film impone una “sacralità” scagliandosi contro un sistema di riferimento (e se il potere nasce dal potere su cui si impone, ovviamente una sacralità non può che nascere dal riferimento su cui arriva a spadroneggiare: il linguaggio di kubrick è in completa continuità coi precedenti, nasce al loro interno e in un certo senso non oppone cesure all’organicità del loro sviluppo).

infine il dottor stranamore analogamente all’ordigno che ha come protagonista ha una forma fallica. non si pensi all’eccesso/immagine del finale di tetsuo, si pensi piuttosto ad un sotto-testo teorico innegabile tanto da essere quasi esplicito che piega sia i prodigi della tecnica (l’incipit è un maniacale coito tra due aerei) sia la visione della guerra (sembra che più volte fraintendimenti o stupidità ruotino attorno al fulcro del sesso, lo sgancio dell’ordigno è un richiamo evidente alla forma fallica da-rodeo di una qualsiasi ammiccante pin-up) sia le elaborazioni di alcuni mutamenti antropologici (la rassegnazione finale viene accolta grazie alla maliziosa possibilità della poligamia post-atomica) ad un’ottica fortemente pulsionale, quasi spudoratamente post-freudiana. a questo ambito si lega inevitabilmente la sottintesa e tangibile carnalità del film, in grado sia di distaccare l’andamento parodistico dalla retorica della distanza sia di rendere il finale non soltanto un rassegnato e amarissimo apice di demenza ma anche un accorato, avvilente e quasi-profetico epitaffio apocalittico.

riassumendo la scomposta lunghezza di questo articolo: il dottor stranamore è un ordigno pre-programmato, deterministico, composto, strutturato, cinico, autoritario, simbolico, che più che imporsi è imposto, si è già imposto come il frutto di un processo altrettanto pre-programmato e altrettanto inevitabile. del resto non è a caso che gli eventi che innescano quel che viene raccontato nel film abbiano avuto origine prima dell’inizio effettivo della pellicola, né che questa commedia sia una summa sincretica di stili, influenze e prese di coscienza completamente astante da qualsiasi forma di avanguardia.

[★★☆☆☆]

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