The Witch di Robert Eggers

siamo nel 1600 circa: esiliata dalla comunità coloniale, una famiglia si trasferisce in una proprietà prossima ad un bosco nella speranza di riuscire a vivere con ciò che da sola produce. fortemente religiosi, il padre di famiglia sua moglie ed i loro cinque figli cercano di tirare avanti nel costante timore di un dio che tutto vede e poco comprende. quando il più giovane della famiglia ancora in fasce scompare nel nulla comincia a serpeggiare un sospetto che si farà sempre più concreto: la famiglia sta cadendo vittima delle forze del maligno, che ha sede proprio nel bosco che sovrasta la sua nuova abitazione.

the witch è un horror che si sofferma ad osservare dinamiche quasi antropologiche, familiari quanto sociali quanto storiche quanto genericamente relazionali, e che continuamente assume un respiro quasi-metaforico nell’osservare gli atteggiamenti dei pochi personaggi cui ruota attorno la narrazione. il clima di tensione, destinato a crescere costantemente fino al delirio finale, è sostenuto da elementi cardinali del genere: un’estetica calibratissima, corposa, oscura, decadente ed una gestione dei suoni d’ambiente e della musica opprimente, consapevole e ponderata. e di fatto per la maggior parte del suo sviluppo il racconto non è che legato a dinamiche relazionali, intervallate occasionalmente da presagi quasi-naturali (il rimando è all’antichrist di von trier e ai suoi animali terrorizzanti/parlanti, nell’arcaista concezione di una natura-casa-di-satana che qua si fa indagine sociale e là diviene indagine metaforica): la figlia in piena pubertà diviene oggetto dei desideri nascosti del fratello minore, le tensioni nei confronti dei genitori si sfogano in frustrazioni e menzogne, i giochi infantili si rendono in grado di scaricare colpe o di far crescere sospetti, le ansie di una madre si fanno ripercussioni sui doveri di una figlia, il bigottismo di un padre si risolve nell’incapacità di gestire una crisi. la presenza demoniaca sembra muoversi contemporaneamente su due piani: quello tangibile e visto da chi guarda (la strega che si muove nel bosco fin dalle prime scene) e quello, più inapparente, che sembra sussistere soltanto all’interno della famiglia di protagonisti. il sospetto crescente nello spettatore arriva ad essere quello di trovarsi dinnanzi ad una visione che sembra surreale e mostruosa ma che è destinata a risolversi in una trasposizione metaforica: la strega esiste da subito, ma si è portati a credere che non sia altro che l’esteriorizzazione di dinamiche che vediamo esprimersi nei rapporti tra familiari.

in questo gioco consapevole di credo/non-credo e di vedo/non-vedo (emblematica la sequenza quasi-finale con black phillip, sapientemente non inquadrato) il racconto procede, a cavallo tra interiorità ed esteriorità e tra intimismo ed esteriorità antropologica, fino ai suoi esiti più drammatici (e frettolosi). del resto l’ansia derivante dalla sensazione che tutto stia per finire pur senza che nulla stia finendo è un effetto riuscito, complici anche le scene dilatate e rallentate che precedono lo scioglimento.

l’esperienza risulta esteticamente riuscita, narrativamente funzionante anche se sottotono (complice la didascalia finale, che lega molte delle interpretazioni possibili ad un mero storicismo) e tutto sommato ben confezionata, pur non eccedendo (o eccellendo) in alcun carattere particolare. un horror atipico, decisamente superiore alla media di genere, destinato tristemente a non imporsi affatto ma ad esaurirsi (proprio come la sua estetica, le sue fioche luci diurne o le sue tremule luci notturne) nel poco tempo che succede la sua visione.

[★☆☆☆☆]

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