Spartacus di Stanley Kubrick

spartacus è sostanzialmente un kolossal classico in cui poetica, stilistica e scrittura si piegano apertamente alla struttura di genere: per quanto si scavino piccole nicchie entro le quali far valere degli elementi anacronistici, eversivi o di un’identità propria il risultato è comunque un mattone edulcorato e confortevole studiato per la grande massa di pubblico atta ad accoglierlo. non essendoci troppo altro di cui parlare, in questa sede ci limiteremo a dividere le poche tracce buone (o comunque ‘personali’, ‘caratteristiche’) dalla massiccia impalcatura di banalità-di-genere.

c’è di buono, innanzi tutto, lo spazio che kubrick ritaglia per la sua stilistica (più che altro nelle fasi di battaglia, sia essa interna ad un’arena o sia essa sul campo, tra eserciti): eclettica, estremamente consapevole dei suoi mezzi e delle sue possibilità, lirica e discreta, corposa e colma di ispirazioni di vario genere. nella gestione di una dilatazione (il momento che precede lo scontro tra spartaco e l’altro tizio, nella primissima parte) fatta di sguardi e silenzi o nella scelta di riprendere le battaglie dalla distanza a sottolineare più movimenti strategici che eroismi individuali di certo non si arriva a creare dei veri e propri momenti di individualità stilistica, ma per lo meno si offre una variazione sul tema portante che ne fornisce, se non una rilettura, una valida riproposizione. altrettanto positive sono le tematiche sotterranee che animano dialoghi, eroi e rivisitazioni storiche (o narrative: rispetto al materiale letterario da cui il film è tratto): il sotto-testo dell’omosessualità, la trasformazione di spartaco in un ‘negativo’ della sua nemesi (e viceversa: i due rappresentano non soltanto le classi sociali di appartenenza – e qui lo scontro di classe comincia a imporsi come tema portante sulla scia del film precedente – ma anche e soprattutto le loro caratteristiche iconografiche – tra tutte la visibilità del singolo politico e l’invisibilità dell’eroe del popolo) l’insistenza sul conflitto geografico (gli spazi chiusi per le chiuse esteriorità dei romani – gli spazi aperti per le buffonesche emotività dei rivoltosi) e purtroppo però poco altro. una serie di impressioni, microscopiche micro-variazioni, materia di storicismo (e di storicismo autoriale, nel caso in cui la si voglia osservare per ‘amor di completezza’ rispetto alla carriera del suo autore) più che di fruizione o critica cinematografica.

c’è di cattivo tutto il resto: una narrazione eccessivamente ridondante, patinata, retorica, spudoratamente allegorica, vacua, dilatata, ridicola e piegata esplicitamente alla comunicazione di genere, succube di infiniti stereotipi involontariamente comici (le scene d’amore tra i protagonisti sono quanto di più triste si possa immaginare) che poco lascia a questo film se non la sua fracassante sovrabbondanza e sovraesposizione di spettacolarità (comparse, costumi, set, ricostruzioni si impongono ferocemente allo sguardo, come se il film dovesse prima avvilire e farsi titanico che altro, sulla scia del resto dei suoi simili e predecessori).

con le sue tre ore di durata (sembrano anch’esse residuo della sopracitata spettacolarità, quasi un vero e proprio retaggio di genere che si è dovuto verificare a priori del film stesso – a livello di “locandina”, verrebbe da dire) e il suo continuo ammiccamento al pubblico di riferimento (con tutto ciò che di negativo può derivarne e in questo caso ne è appunto derivato) lo spartacus di kubrick non lascia alcuna traccia di sé e si esaurisce nel frastuono della sua inutilità: un film storico accomodante, banale e banalizzato, destinato a lasciare una blandissima traccia perfino nel suo genere, memore soltanto delle sue contraddizioni e della sua natura ambigua di (mal riuscita) mediazione tra esigenze produttive ed espressive. un buon modo per accumulare qualche soldo tramite un buon successo al botteghino, forti di un prodotto tutto sommato ben realizzato: ma questo col cinema ha ben poco a che vedere.

parentesi produttive, idealistiche (maccartismo e quant’altro, legate soprattutto alla figura di trumbo) o storiche le lasciamo ad una critica più spicciola, più divagante, più accademica e più storicista.

[☆☆☆☆☆]

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