Orizzonti di Gloria di Stanley Kubrick

un ardito attacco ad una postazione tedesca porta all’esercito francese una magrissima sconfitta: molti muoiono, molti altri neanche abbandonano la trincea. interpretando un simile buco nell’acqua come un’onta per la bandiera francese il generale che ha ordinato l’operazione propone che tre soldati a caso, un monito per tutti gli altri, vengano processati per tradimento: la loro esecuzione sarà inevitabile, nonostante tutti gli sforzi del colonnello in difesa dei suoi uomini.

il conflitto tra la fredda logica del generale e la pratica consapevolezza del colonnello (tra autorità che ordina ed umanità che si piega ed esegue) immediatamente quanto cinicamente si rende conflitto di classe: non soltanto di figure-icona di due modi di intendere la guerra (quello strategico che arriva a disinteressarsi completamente dello stato delle sue truppe, trattate alla stregua di carne da macello – quello, più sofferto, inserito direttamente nel campo di battaglia e alle prese col morale dei suoi uomini) ma anche e soprattutto di due geografie sociali. l’opposizione, evidente sia nell’estetica sia nella narrativa, è tra i lucidi interni barocchi e alto-borghesi delle alte cariche dell’esercito e tra le sporche, polverose e roboanti trincee: due insiemi contraddittori (oltre che contrastanti) incapaci sia di comprendersi sia di accettarsi, che si incontrano nella fase finale in un campo quasi-neutro (in cui sono compresenti: alle spalle gli interni borghesi, davanti i sacchi e i fucili della trincea) che è quello dell’esecuzione. sembra che la morte, descritta tramite una più-che-dilatata sequenza d’esecuzione, sia l’unico punto di incontro al culmine del conflitto tra classi sociali (una vera e propria summa di quanto ha portato a questo esito: presenziano tutte le figure di questo semplificato e livido cosmo sociale, dagli spazi geografici sopracitati alle cariche dei militari, dei colonnelli, dei generali, del prete, dei boia).

dopo una prima parte esclusivamente guerresca (in cui la stilistica drammatica e spettacolarizzata di kubrick assume il ruolo di vera e propria protagonista: lunghe carrellate sul campo tra esplosioni e spari, tesissime rassegne di trincee quasi-infinite, morti che sembrano più degli “spegnimenti” – vuoi per motivi tecnici legati alla realizzazione di uno sparo, vuoi per motivi coreografici legati allo sviluppo organico delle azioni -) il film assume il tono di un dramma processuale, per concludersi poi (a posteriori dei suoi esiti burocratico/istituzionali – proprio loro condannano a morte i tre capri espiatori) in una coda quasi-intimista. più che mai, sembra chiaro dalle opposizioni geografiche/classiste quanto dall’andamento disomogeneo del racconto, l’anti-militarismo di orizzonti di gloria è un anti-militarismo politico: la politica emerge dalla commossa e devastata umanità della guerra quasi come esito di un continuum destinato a vedersi scontrare cariche prima ancora che uomini, istituzioni prima ancora che individualità, quasi come se la sua irruzione nel meccanismo comunicativo divenisse un evento che non si può evitare e da cui non ci si può esimere. politica come esito critico della guerra e guerra come esito critico della politica: due poli che si inseguono di continuo e che continuamente sembrano prendersi in giro, ma che si risolvono comunque nella morte (centripeta o centrifuga che sia: sul campo o nel giardino di un palazzo).

definire la politica di orizzonti di gloria come stereotipata è in parte un errore: non soltanto perché non tiene conto del fatto che di per sé la politica sia una retorica dello stereotipo, quanto più perché più che essere didascalico il film è volontariamente reso elementare (e non stereotipato). i suoi personaggi, le loro cariche, i luoghi dell’azione, il tono di alcuni dialoghi sembrano essere veri e propri momenti di una fiaba critica, di una favola che rigetta ogni eroismo ma non per questo si rigetta come lettura minimale di una “realtà costituente” (o meglio, costitutiva: proprio in favore della politica che fa da basamento ad uno sviluppo così basilare di una così basilare riflessione). in questo senso il lavoro sulle ambientazioni, sui poli sociali e individuali in conflitto e sull’incedere discontinuo del racconto sembrano analoghi al lavoro che in rapina a mano armata si chiudeva sulle modalità del tempo.

kubrick continua a riflettere sulle modalità del suo cinema, sulla retorica dei suoi generi, ottenendo dei prodotti senza dubbio ancora acerbi e legati allo sviluppo della micro-corrente in cui si inscrivono, seminali però di una poetica ben precisa.

[★☆☆☆☆]

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