Dio Esiste e Vive a Bruxelles di Jaco Van Dormael

dio, incrudelito e cinico padre di famiglia, vive in un appartamento a bruxelles svolgendo le sue mansioni tramite un computer. la figlia, prigioniera dell’abitazione e dell’uomo, decide di fuggire. nel farlo manomette un programma del padre facendo ricevere a ciascun mortale un sms con precise informazioni sulla data e l’ora della sua morte. dunque, smarrita per bruxelles, la ragazzina decide di scrivere un nuovo nuovo testamento recuperando sei nuovi apostoli. il padre, infuriato, si darà all’inseguimento.

anche soltanto riassumere in poche righe una vicenda così ricca di suggestioni, eventi e parentesi è un po’ difficile. il film ruota attorno (nella sua parte centrale) a degli episodi che affrescano la vita di ognuno dei sei nuovi apostoli: persone sole, problematiche, con vicende dagli esiti spesso grotteschi o surreali. e a dire il vero l’impossibilità di una sintesi, culminante nella centralità di questi episodi (di fatto decentrati rispetto alla linea narrativa principale) la dice lunga sull’identità di questo film: perfettamente iscritto nella dialettica post-moderna, dio esiste e vive a bruxelles è un continuo bombardamento simil-televisivo di trovate stilistiche, narrative, semiotiche, ritmiche. un vero e proprio flusso di dati e informazioni che si lascia oscillare da uno stralunato e malinconico emotivismo ad un buffonesco e cinico approccio meta-testuale con il motivo comune costante della sardonica metafora religiosa. il risultato è una poesia spettacolarizzata, quasi pubblicitaria. e così sia la forsennata alternanza di generi sia la spregiudicata insistenza emotiva (su più emotività, su più malinconie) non spiazzano, non de-strutturano, semplicemente attraggono: il film si rende attrattiva personalistica, affresco di un’intimità auto-consapevole. e più che molti altri si configura come episodio chiave di quel post-modernismo quasi-involontario, che emerge più dalla somma culturale che lo ha generato che dalla volontà del suo autore: van dormael era probabilmente convinto di star producendo un episodio composito, sfaccettato e iper-moderno che mantenesse l’appiglio con una certa personalità basale, quello che accade piuttosto è la costituzione di un flusso impersonale e non sfaccettato, non composito ma strutturante. durante la visione si ha continuamente l’impressione di essere passati dalla de-costruzione post-moderna ad una ri-costruzione che si colloca esattamente sulla stessa linea: e infatti il film si apre a qualsiasi massa di spettatori, si rende un oggetto multiforme, semplice ma stratificato, elementare ma complicato.

è un episodio che funge da linea guida per un’intera tendenza, adatto magari per chi volesse comprendere meglio delle linee teoriche ben precise e interpretabili. e di qui, l’ultimo esito di un processo che così tanto ha deciso a monte del suo esplicitarsi di rendersi accessibile: dio esiste e vive a bruxelles è un film didattico, pubblicitario, didascalico. nell’eclettismo iper-dinamico della sua stilistica si esprime una volontà più riflettente che auto-riflessiva: diverte lo spettatore colto che si approccia all’opera per una serata di tranquillità e colpisce quello più disinteressato che si imbatte nel film per caso. seguendo l’insegnamento del post-moderno più sociologico, il film di van dormael si struttura sul suo pubblico, lo prevede nella sua stratificazione più che nella sua individualità. e così è un film emotivo ma non comunica con alcuna emotività, è un film divertente ma non diverte, è un film intelligente ma non fa riflettere né riflette né si fa riflesso, è un film corposo ma non lascia alcuna traccia: è un corpo che si compone per accumulazione.

un involontario film-manifesto che si esprime in tutta la sua esplicita vacuità e che, in questa stessa vacuità, neanche riesce ad esplodere all’interno di un panorama che già di per sé la dà per scontata e auto-evidente.

[★☆☆☆☆]

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