Sul Globo d’Argento di Andrzej Zulawski

sulla carta il film è un’epopea fantascientifica a tema antropologia (società, spiritualità, psicologia). all’atto pratico zulawski trasforma la base letteraria (un romanzo di un suo parente) in un delirio filosofico, tormentato, continuamente esistenziale. il filtro allucinato dello sguardo registico deforma la materia, la inspessisce, la lega all’onirico, tanto da far assumere alla metafora narrativa (si descrive una specie di riproposizione della spiritualità cristiana in un futuro non meglio identificato: è una riflessione sull’inevitabile ricorrere della storia, nella sua accezione più universale) una valenza ambigua: piuttosto che limitarsi a renderla-immagine (a rappresentarla) quello che l’autore fa è spostarla di ambito in ambito, o meglio renderla ancor più polivalente. l’allegorismo di base si fa dunque ‘ponte’ tra elementi che apparentemente non sembra collegare: arriva ad essere il punto d’incontro tra semantiche dell’incubo, dell’alienazione, della psicosi. le sacre scritture, distorte e deformate, opprimenti e macabre, fantascientifiche ed epiche fino alla parodia, divengono così, oltre che uno spazio culturale, al tempo stesso anche uno spazio psicologico ed uno puramente artistico.

il risultato, ancora una volta, è straniante. una collezione di immagini memorabili, confuse, viscerali. il racconto sembra più ordinario dei precedenti, ma passa per la stessa deformazione simbolico/emotiva. anzi, se possibile quella stessa deformazione la esaspera (il tono allucinatorio è più esplicito che mai, complici fotografia, metafisica ambientale e costumistica fantascientifica) forte anche degli svariati inserti ‘parlati’: in alcune sezioni, aggiunte in un secondo momento rispetto al montaggio originale (il film, come spesso accade per i lavori di zulawski, ha avuto una tormentata storia produttiva) la narrazione si sospende e procede attraverso la descrizione (quasi un riassunto) del regista delle scene mancanti, che si innesta sullo sfondo di vorticosi voli pindarici cittadini.

il crocevia di interpretazioni, ancora una volta, è denso e complesso: si parla di un’effettiva complessità dato che non ci sono sovrastrutture di sorta (e in tal caso si avrebbe complicatezza) e che la materia è elementarmente difficile. non c’è alcun infoltimento di tematiche, riflessioni o discontinuità stilistica: più che un grande e labirintico edificio ricco di piani, porte segrete e finte pareti è più facile assimilare questi film ad uno schiaffo. filosofico, emotivo e surreale, sul globo d’argento sembra (in analogia con gli episodi precedenti) voler sfuggire anche da sé stesso, costituendosi come un oggetto completamente e continuamente contraddittorio.

forte di una materia così corposa, di ampio respiro e inattuale (quasi saggistica, più che narrativa in senso stretto) questa volta il film sembra anche un efficace esperimento di genere.

[★★☆☆☆]

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