Possession di Andrzej Zulawski

una coppia in piena crisi: lei ha un amante e vuole lasciare marito e figlio, ogni ricerca di contatto si trasforma in una lite disperata, inizia una specie di competizione tra lui e l’altro. in realtà il comportamento sempre più schivo e ambiguo della donna nasconde un’ulteriore relazione, celata a entrambi i pretendenti: quella con un essere deforme e mostruoso, che la protagonista tiene nascosto in un appartamento abbandonato.

zulawski imbastisce un racconto complesso, sfuggevole e simbolico con una stilistica nervosa e psicotica, saltuariamente tendente al virtuosismo, senza curarsi minimamente dello spaesamento continuo cui lo spettatore viene sottoposto: con una disinvoltura quasi demenziale si passa senza alcuna cesura da un registro all’altro (dramma familiare, commedia grottesca, horror, splatter, film d’azione, farsa surreale) mantenendo come unica costante il senso di violenta oppressione, di bombardamento psicologico, teorico ed emotivo. possession si rende dunque una macchina da guerra terrorizzante, roboante, discontinua, in grado di macinare a gran velocità un’infinità potenziale di interpretazioni e letture (la metafora cristologica, la spinta metafisico/esistenziale, l’allegoria socio-politica, il sottotesto psicanalitico) senza perdere minimamente il suo impatto puramente ritmico/narrativo. quel che conta, in ultima analisi, sembra essere non tanto una comprensione complessiva degli eventi nella loro totalità (frammentata, destrutturata, non tanto resa criptica quanto più elusa o strappata fuori dal tessuto comunicativo) quanto piuttosto il senso di straniamento globale che la visione di un prodotto così destabilizzante è in grado di arrecare.

vorticando rapidamente da una parte all’altra delle sue geografie urbane o d’interni, lo sguardo di zulawski si rende psicosi esso stesso, in grado di accompagnare gli atteggiamenti continuamente esasperati dei protagonisti attraverso i loro scontri e le loro dannazioni. sembra che proprio nel dirigere questo sguardo, per cavalcate emotive quanto per parentesi squisitamente simbolico/estetiche, l’autore sia intento a lasciare aperte delle intercapedini attraverso le quali far defluire gli sviluppi più nascosti del suo racconto: attraverso queste intercapedini sembrano passare gli stessi personaggi, adesso troneggianti nella loro imponenza adesso invece minimizzati, marginalizzati dall’azione, ora allargati ad essere spazio del racconto con primi piani dilatati e ora invece tagliati fuori di netto, ignorati. il risultato è un collage di istantanee alienante, narrativo soltanto in superficie, sempre più marcatamente anarchico man mano che ci si avvicina alla conclusione. è un po’ come se questo cinema indicasse sé stesso come l’oggetto discontinuo, deforme e demoniaco che vuole essere: offrendo continuamente eventi o snodi comunicativi alla fruizione (non soltanto all’interpretazione: il film è tutt’altro che cervellotico e almeno ad un primo impatto sembra essere soltanto sull’orlo della schizofrenia) lascia pochissimo spazio ad un’elaborazione attentiva di quanto appena trascorso. non che, quando la giostra si interrompe e scorrono i titoli di coda, una tale elaborazione si renda più facile di quanto non sia stata in itinere.

forte di più di una scena memorabile (la possessione nella metro e i litigi in famiglia su tutto) il film si configura come un angoscioso caleidoscopio demoniaco: un incubo ad occhi aperti, un girone infernale che cede continuamente il passo alla sua stessa materia, che con analoga insistenza esonda dai suoi auto-imposti limiti comunicativi. feroce, violento, insaziabile, possession è uno sciacallo che divora i resti della cinematografia che lo ha generato.

[★★★☆☆]

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