Izo di Takashi Miike

izo è un samurai che viene condannato e crocifisso. il suo spirito, denso di rabbia e bramoso di sangue, comincia a viaggiare nello spazio e nel tempo e a uccidere chiunque si trovi sul suo cammino. il film, seguendo la carneficina senza alcuna continuità, ha l’andamento di una serie di episodi brevi e svincolati l’uno dall’altro che si soffermano di volta in volta sull’incontro con un diverso ‘nemico’: sia esso uno spirito, un essere sovrannaturale, un politico o un valoroso combattente oppure ancora un gruppo di innocenti e indifesi cittadini, sia esso nel passato medioevale (armato di spade) o nel presente (con mitragliatrici e fucili d’assalto). il percorso del protagonista, immediatamente spirituale e metafisico, fiabesco ed allegorico, attraversa con l’unica costante della violenza cieca una grande varietà di luoghi, momenti storici, combattimenti spietati e istanti di poesia o di delirante simbolismo.

l’impianto narrativo, così, si fa da subito disorientante: nessuna traccia lega un segmento all’altro se non il protagonista comune (un izo sempre più demoniaco e sempre più simile ad un supereroe folle) gli spunti esistenziali della maggior parte dei dialoghi, l’incedere marziale dell’azione e il ripetersi della struttura interna a ogni episodio (generalmente composto da una fase di dialogo introduttiva e dunque un’esplosione di violenza). l’impressione, difficile da eradicare, è quella di assistere a una collezione priva di unità, quasi-televisiva. seguendo quasi lo spirito anarchico, (auto-)distruttivo e annichilente del protagonista, il film di miike si sposta incessante da una realtà all’altra, alternando letture esasperate e momenti di riflessione, poesia quasi-barocca ed essenzialità, istanti di monolitica allegoria e invece sezioni completamente incentrate su bagni di sangue. mentre il protagonista uccide qualunque cosa si pari sul suo cammino, lo sguardo di miike segue la stessa parabola folle: a guidare entrambi una ricerca esistenziale che culmina forse nell’assenza vera e propria di qualsiasi impulso che non soggiaccia la legge dell’annichilazione. disintegrando i suoi luoghi, i suoi personaggi, le loro azioni e le loro parole con un linguaggio composito e pura demenza post-moderna (anziché a colpi di katana) il cinema di questo izo imita il cinema che si è espresso attraverso un’intera carriera: sembra quasi una summa auto-consapevole, un momento di riflessione rivolto a quella collezione di idiozia e divertissement fine a sé stesso che da sempre ha contraddistinto il regista nipponico. dopo aver disseminato un numero di film tale da costituire un vero e proprio universo, miike sembra portarsi al di sopra del suo stesso cosmo e, dall’esterno, fare di tutto il suo operato un’ennesima allucinazione.

non sorprende, in quest’ottica, che il film non abbia una vera e propria solidità narrativa né un tangibile intento comunicativo. forse, per una buona volta in modo compiuto e non dispersivo (non vincolato da dialettiche di genere, da formalità iconico/culturali, da idiozie retoriche) questo cinema ci sta davvero comunicando soltanto sé stesso (non una storia, non uno stile, non una suggestione: un’immagine, un autoritratto che si sostanzia nella figura del samurai/demone) sé stesso ed il post-moderno tutto: la figura dell’omicida-spirito ebbro di violenza che senza alcun senso apparente che esuli dalla violenza pura e semplice si ritrova di volta in volta in diversi tempi e diversi spazi (e diversi piani di realtà?) a spargere sangue è immediatamente associata (associabile) all’impulso omicida dell’icona post-moderna. esattamente come il post-moderno dell’interattività dello spettatore, del collage culturale, della composizione stilistica, del divertissement auto-consapevole e della chiusura dell’ambito referenziale ha ucciso (e continuamente uccide) i suoi basamenti (l’atto del regalare la morte in questo senso è vera e propria anti-immanenza culturale) la parabola del demone senza requie finisce per porre fine (linguisticamente, semanticamente, narrativamente) a tutto ciò che l’ha preceduta (e che in un certo senso la seguirà: emblematico il riferimento alla genesi di un piano di realtà altro verso il finale, una specie di deformazione nichilista dello star-child kubrickiano). in questo processo, forti di ciò che il linguaggio/cinema è arrivato a concedere proprio tramite gli influssi di cui si sta facendo ‘materia’, non ci si risparmia certo di demenza, di estremi trash/gore/splatter, di fugaci profetismi filosofici o quant’altro.

in una specie di videogioco esistenzialista si arriva a trascinare l’utente in un mondo composito di poesia, filosofia, anarchia, demenza, vigore comunicativo. quello che resta di un tale folle ed estremamente sfaccettato universo linguistico, in fin dei conti, è un profondo senso di angoscia: angoscia che, una volta per tutte, esula dal territorio dell’icona e si lega all’extra-diegetica. lo smarrimento esistenziale che avvolge il protagonista di questo film, cieca bestia ridotta ad un altrettanto cieco impulso, sembra avvolgere l’intera struttura che ce lo consegna. in questo senso, izo arriva ad essere uno dei momenti di più compiuta auto-consapevolezza cinematografica di tutto il post-moderno (in cui non soltanto c’è consapevolezza, ma in cui quella consapevolezza si rende immagine di sé): non soltanto vacuità d’immagine, ma immagine di immagine, immagine di quella stessa vacuità. ciò che tutto il post-moderno è stato, è e sarà, condensato in una goccia di delirio estetico/linguistico. o meglio: ciò che tutto il cinema è stato, è e sarà, condensato in una goccia di delirio post-moderno. il cinema si dà come esaurito, si esaurisce, semplicemente sceglie di non darsi più: ed ecco l’impossibilità comunicativa anacronisticamente resasi angoscia esistenziale, allo stesso tempo alla guida del protagonista, dello sguardo registico, di quello di chi osserva e della storia del cinema tutta.

[★★★★☆]

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One thought on “Izo di Takashi Miike

  1. Uh. Il mio film preferito di Miike. Molto orientale, in tutto, specialmente la struttura narrativa e il ritmo. Interessante a mio avviso anche le scelte degli incontri… ci ha rigettato addosso circa duecento anni di cultura nipponica, distruggendo pure quella. Akūma. “I’m the tally of your soul”.

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