Big Bang Love, Juvenile A di Takashi Miike

due omosessuali dai comportamenti particolarmente violenti, incarcerati senza appello, divengono amici sempre più intimi. improvvisamente, uno dei due viene accusato dell’omicidio dell’altro. miike trasforma un’allegoria in un racconto poliziesco, infarcendolo di onirismo e metafisica, fantascienza e simbologia, dunque strappa di nuovo il tessuto narrativo e lo lega all’ambiguità che gli è propria. il problema, ancora una volta, sta nel riuscire a distinguere un esercizio di stile da un episodio di buon cinema, stabilire se la distinzione tra le due cose è possibile o necessaria, indagare la forma della comunicazione di un film come questo. ancora una volta, la discussione sembra inerire più alla concezione di un cinema post-moderno che alla nicchia linguistica di questo big bang love in particolare.

il fatto che una struttura come quella che ci si presenta in questo film sia prima stilistica (diciamo culturale) che altro è evidente dalla natura quasi inclassificabile del prodotto: un’estetica posata ma delirante (la cg del razzo o della piramide) un cambio di genere che disorienta e sfugge continuamente alla classificazione, un andamento narrativo quasi ingestibile, dirompente, non soltanto opposto alla linearità ma anche ermetico dal punto di vista interpretativo. non soltanto la ricostruzione degli intenti comunicativi dell’opera si rende particolarmente difficile, ma nel farlo si denuncia anche come necessaria alla fruizione stessa. questo cinema sembra porci una sfida che si dirama in più ambiti: quello fruitivo, quello interpretativo, quello culturale (iconico, estetico, che dir si voglia). non si è in un territorio che denuncia il suo senso quanto possibilmente assente, inutile, ineffabile: piuttosto, quello che succede è esattamente l’opposto ed il linguaggio di un film del genere si configura continuamente come un oltraggio alla percezione del suo senso, come un nodo di semantica. all’interno di questo nodo emergono i più disparati influssi, le più discontinue visioni, i più criptici significati, tanto che l’impressione che il film lascia di sé è quella di una densissima allucinazione (ricca di senso, oltraggiosa proprio per il modo in cui il suo senso lo comunica, ma in ciò anche indipendente da esso).

sorprendentemente, nella metafora kafkiana che questo film tutto sommato va a incarnare (la prigione che diviene uno spazio metafisico o onirico, un limitare invalicabile; i protagonisti come sempre violenti e fuori controllo; la socialità dell’approccio esistenziale – che si dà qui come l’indagine che coinvolge lo stesso spettatore -) sembra concentrarsi tutto il cinema che questo film incorpora (un giallo, un trattato esistenziale, un pasticcio cubista – la narrazione è continuamente scomposta e ritrattata da più punti di vista – e come sempre uno smaliziato complesso estetico trash): nel loro aggrovigliarsi, cultura e linguistica (che è cultura di cultura) formano un punto nero indissolubile. la metafora, in questo senso, sfugge più che mai a qualsiasi linearità interpretativa. il film sembra essere una metafora che chiede di essere interpretata soltanto perché metafora, ma che in realtà non presuppone alcun approccio da parte dello spettatore: nell’auto-sufficienza post-moderna, un episodio del genere va forse ad essere un perfetto culmine in cui il cinema si denuncia come astante da una qualsiasi semantica, pur rimanendo di qualsiasi semantica esistente figlio e fratello.

in questo senso, in questo film in modo estremamente compiuto, il cinema di miike scarta di continuo l’attenzione di chi lo guarda senza interessarsi però a far perdere le sue tracce: nel suo fuggire mantenendo sempre alta l’attenzione di chi lo insegue, nella sfida che pone al momento della fruizione e della rielaborazione, la metafora di un film come questo assume un significato più ampio del previsto. gli elementi che arriva a collegare, improvvisamente, sembrano essere tutti quelli che fanno da basamento a questo genere di comunicazione. cinema come traccia di cinema, dunque, ma anche narrazione come traccia di narrazione. umanità, tanto per tornare all’allegorismo kafkiano, come traccia dell’umanità cui fa riferimento (e, di riflesso, come traccia dell’umanità che l’ha prodotta – quella dell’autore).

il divertissement stilistico (di cui la maggior parte dei film di miike soffre terribilmente) diviene qui la colla che tiene assieme l’impressionante gomitolo teorico/interpretativo che regge il film. sempre più inserito nella retorica del post-moderno, sempre meno in quella della demenza fine a sé stessa, big bang love juvenile a arriva ad essere un momento comunicativo compiuto, interessante e funzionante.

oscuro, opprimente, complesso, quasi feroce. uno degli episodi più complessi, sfaccettati, riusciti ed efficaci che il cinema di miike può offrire.

[★★☆☆☆]

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...