Love & Peace di Sion Sono

sotto la scorza di un mestiere ormai quasi impeccabile in un continuo barcamenarsi tra generi, stili, influssi, citazioni ed escursioni ludiche si nasconde la mutazione di un paradigma che forse è semplicemente maturato, ma che in questa maturazione ha senza dubbio perso gran parte della sua forza comunicativa. nell’ennesima (il ritmo produttivo si è reso una macchina da guerra) veste del suo cinema/2015, sono propone una specie di commedia per famiglie che racconta la storia di un frustrato e stupido impiegato la cui miserabile esistenza viene stravolta dall’arrivo di una tartarughina domestica che, dopo aver acquisito a seguito di qualche peripezia dei poteri magici, lo aiuterà ad esaudire i suoi desideri.

al di là della delicatezza stralunata del racconto, del grezzo e poetico eclettismo dell’intreccio e della credibile e fanciullesca estetica del prodotto, quello che sorprende e che maggiormente è opportuno sottolineare è la natura prettamente culturale/politica/sociale del messaggio che sono intende comunicare. una volta accantonato definitivamente l’approccio puramente emotivo e tragico del suo mastodonte (e del periodo love exposure tutto) quel che resta oltre il vitalismo narrativo (ormai prettamente poetico) è di fatto qualcosa di ambiguo: qualcosa che sì cerca di essere centrifugo e centripeto al tempo stesso nei confronti del postmoderno (gettandovisi ‘al di fuori’ recuperando la pragmatica della comunicazione, recuperando il ‘politico’ della linguistica cinematografica, rigettando la vacuità dell’auto-referenziale; gettandovisi sempre più ‘all’interno’ proprio facendo risorgere un certo tipo di comunicazione pur non rinunciando al linguaggio divertito, consapevole e prima culturale che comunicativo del post-) ma che nel farlo perde tutto ciò che in altri episodi ben più riusciti ha reso un approccio così contraddittorio tanto funzionante, tanto diretto, in qualche modo tanto puramente comunicativo prima che concettualmente sincretico.

in poche parole, prima che sé stesso il film di sono sembra metterci davanti una critica sociale piuttosto esplicita: dalla catastrofe nucleare all’omologazione globalizzante, dall’idiozia delle masse alla strumentalizzazione dei processi mediatici, dall’abbandono completo del valore storico all’accettazione (o riaffermazione) di ciò che è una specie di ‘origine’ (il finale). quello che avviene si tiene ben distante (ovviamente) dalla retorica acida e sprezzante del ripudio della contemporaneità: sono abbraccia le contraddizioni, purché si viva, e tutta la polemica che qua e là serpeggia dagli anfratti del suo racconto in fin dei conti sembra volersi piegare alla dittatura del vivere (che non è esistere, ma appunto vivere: amare, sognare, giocare, piangere, ridere e così via) anzi, di più, sembra consegnarsi ad essa. dov’è il problema allora? proprio dove meno ci si aspetterebbe di trovarlo: nella crescente consapevolezza della sua stessa direzione, sembra che questo cinema tenda sempre di più ad esteriorizzare la sua critica. tanto che, a bene vedere, lo stesso operare quella critica al di là di un approccio emotivo la rende esterna alla natura monadica della comunicazione (la retorica diegetica/extra-diegetica): rende questa comunicazione binomiale, la rende sfaccettata, la rende più adulta. quello che si ha, in definitiva, è quanto di più astante potesse esistere da love exposure pur partendo dalla base di love exposure: un racconto in cui kurt cobain diviene una struttura culturale che rimanda ad altro piuttosto che auto-concludersi nell’emotività di un protagonista.

è un po’ come se il cinema di sono avesse compiuto lo stesso percorso che in questo film compie la canzone del protagonista: in una prima fase è stato una somma sincretica di qualsiasi tipo di influsso (la dedica dell’impiegato, in un primo momento, si rivolge a ‘pikadon’: il nome della sua tartarughina, casualmente indicante anche la catastrofe atomica); all’apice della sua crescita una quasi-vitalistica affermazione critica (la dedica della canzone, una volta che il protagonista ottiene il successo, viene cambiata dai suoi agenti in ‘love&peace’: gli agenti non soltanto fraintendono i suoi intenti iniziali – prendendo ‘pikadon’ come vero e proprio riferimento all’olocausto nucleare – ma impongono al suo testo un andamento ‘più funzionante’, un ritornello più orecchiabile). questo love & peace sta agli apici della carriera di sono come la canzone love & peace del titolo sta alla sua embrionale forma-pikadon.

in definitiva, il film è ancora autoconsapevole e cartoonesco, ancora divertente ed infantile, ancora cerca di commuovere, ancora cerca di comunicare. ma manca qualcosa. manca l’unità di processi così apparentemente distanti, manca la comunione tragica di influssi ed intenti. manca, sostanzialmente, il corpo che ha reso i capolavori di sono tali, senza il quale un film del genere altro non è che una variazione sul tema di un postmoderno a caso tra miike e tarantino.

questa mancanza è, verrebbe da credere, consapevole: sembra che l’autore sia conscio della crescita del suo linguaggio e sembra che proprio questa crescita voglia favorire. non può essere un caso, del resto, la parabola di ‘pikadon’. non può essere un caso, analogamente, il fatto che il protagonista con la parrucca bionda ricordi così tanto il ‘charles manson dell’era dell’informazione’ del suo suicide club. questa volta, anziché stare in una pista da bowling a prendere a calci gente chiusa in sacchi, il tizio è idolo delle folle in uno stadio. è emblematico come tutto questo, in fin dei conti, non sembri altro che consapevolmente elegiaco e non sembri far altro che dire che un certo cinema è morto e che love exposure lo ha sepolto, e che tutto il resto di questa crescita altro non è che una sterile variazione su ciò che resta di quel tema.

[★☆☆☆☆]

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