The Killer Elite di Sam Peckinpah

colleghi e amici, due tizi lavorano per un’organizzazione segreta che si occupa di omicidi e protezioni. durante una missione, uno dei due tradisce l’altro e gli spara, uccidendo poi il cliente e scappando. dopo una lunga riabilitazione, l’ex-amico cercherà vendetta.

quasi spogliandosi di ogni inibizione e riducendosi all’elementarità dell’azione il film si avvicina ad essere un pastiche di stili, influenze e generi dopo il tentativo quasi-pulp di voglio la testa di garcia. mescolando investigazione, sparatorie, fughe in macchina e soprattutto kung-fu, peckinpah ottiene un risultato che si erge su una serie di influssi culturali e cerca in questo modo di abbandonare l’umanità che ha precedentemente distinto gli altri da una qualche deriva iconica. questo film abbraccia l’icona quasi completamente laddove gli altri piegavano l’immagine cinematografica ad una personale, annichilente e profondamente umana visione dell’universo emotivo dei personaggi (delle masse). forte di questa cedevolezza, la stilistica di peckinpah perde quasi completamente il suo carattere demoniaco e si veste di un velleitario e sezionato cinetismo: si fa abito alienandosi nel virtuosismo di inquadrature audaci, montaggi frenetici, rimandi lirici.

il film in definitiva è piuttosto ambiguo: da una parte si ha un apparato umano che cerca disperatamente di prendere il posto della scena (il continuo nichilismo del rapporto tra i due ex-amici, ormai ridotti a tradirsi ed inseguirsi al soldo della stessa entità – somigliante al mito del progresso che distruggeva la frontiera western; la strenua forza di volontà del protagonista, il saltuario incedere rallentato della narrazione) dall’altra la trasformazione di quella stessa scena in un collage divertito, in cui la violenza assume dei connotati quasi culturali (un po’ come se la macchina del progresso, pur non dimenticandosi della sua forza primigenia, avesse investito anche il cinema di peckinpah: non più grezzo, non più epico, a rischio di perdere anche la sua parte antropologica). quello che nel film precedente veniva accantonato per le dosi di romanticismo, la follia cavalleresca dell’eroe, l’esplicito nichilismo del finale, la concatenazione di vendette spietata e lucida, in questo sembra invece prendere il sopravvento in più di una occasione.

è il caso di (semplicisticamente) puntare il dito verso l’elemento più straniante di tutto il complesso: il kung-fu. elemento culturale, narrativamente superfluo, derivativo e puramente iconico. una scelta del genere non appartiene al peckinpah/teorico né al peckinpah/demone, quanto più semplicemente al peckinpah/cineasta. cineasta che, forse stanco di insistere sulla stessa poetica, sembra in questo caso aver deciso di divertirsi e basta. e quindi l’ultimo esito del ‘filtro’ della società dell’automobile paradossalmente emerge proprio dal suo stesso cinema: la violenza diviene puro intrattenimento (che non è pura visione, pura estetica, pura immagine di apocalisse come ne il mucchio selvaggio, quanto più una traccia dilavata della stessa: un ricordo di ciò che l’ha originata, adesso ridotto a riproposizione collagistica, divertita, velleitaria. una violenza che andrà ad esprimersi, esaurirsi, esautorarsi ulteriormente in tutto il postmoderno che verrà).

un ottimo film d’exploitation.

[★☆☆☆☆]

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