La Croce di Ferro di Sam Peckinpah

dalla frontiera proto-sociale (medievale, anarchica, isolata geograficamente tanto da sembrare metafisica) alla frontiera bellica, il ‘mucchio selvaggio’ di peckinpah questa volta si compone di soldati nazisti in lotta contro la controffensiva sovietica. l’eroe di turno, vero e proprio inarrestabile angelo della morte, deve vedersela sia contro i nemici sul campo sia contro le macchinazioni di un vigliacco comandante arrivista, intento a far fuori lui e la sua squadra per conquistarsi tutti i meriti delle loro battaglie.

spostando esplicitamente i personaggi ‘dall’altra parte’ (quella dei canonici ‘cattivi’, dei soldati nazisti) già si dà per scontata un’amoralità che nella frontiera western non era affatto basale (e che nel delinearsi come tale andava demolendo il mito delle fondamenta della società occidentale): il territorio di guerra, con il caos informe della sua continua manifestazione di morte, si delinea come ultimo spazio anarchico, ultima linea geografica in cui l’arcaismo lascia prevalere l’istinto auto-distruttivo dell’uomo (istinto in cui cessano di esistere sia elementi ideologici – sembra che nessuno stia combattendo per qualche ideale e che tutti piuttosto esprimano una cieca necessità di violenza – sia elementi etici – sembra che la ricerca di una ‘giustizia’ vada oltre qualsiasi strutturalità tipica, facendo somigliare ogni presa di posizione ad un impulso vendicativo). la guerra circoscritta (‘mondiale’ storicamente e circoscritta sia nel tempo sia nello spazio) del conflitto tra tedeschi e russi si rende pretesto attraverso il quale si esprime la guerra totale di peckinpah: un fitto scontro di anime, un denso scuotersi di umanità, un cieco e continuo annullarsi di individualità.

lo spettacolo del massacro assume i connotati spettacolari di sequenze magistrali, gigantesche e quasi avvilenti (rilevanti, tra tutte, la parte finale e quella in cui la squadra viene massacrata dai suoi stessi alleati – forse uno dei vertici tragici di tutta la filmografia). gli stessi personaggi, tipi fissi schiacciati dalla frastornante forza di ciò che li circonda e che tramite loro fluisce, sembrano assurgere a dei ruoli che hanno ben poco a che vedere con l’individualità e fin troppo a che vedere con l’umanità in generale: il protagonista, il più inesorabile tra gli eroi del regista, perde qualsiasi individualità e diviene un’icona trans-culturale che riassume in sé miti cavallereschi, liriche arcaiche, classiche e moderne. ebbro di morte, questo demone si fa profeta e fautore dell’apocalisse, vero e proprio anticristo eroicizzato dall’epica di peckinpah (il ghigno finale distingue, quasi nietzscheianamente, la sua figura di uomo-bestia dalla figura del pavido, ridicolo e vigliacco nemico – incapace di utilizzare la sua mitragliatrice).

e a proposito delle armi, è opportuno soffermarsi una buona volta sul loro ruolo all’interno dell’orgia di violenza: soffermandoci sulla violenza nazista (che è pretesto ma espressione di una violenza ‘altra’, come si è già detto) di cui questi protagonisti sono icone (non si fa esplicito riferimento allo sterminio metodico della ‘soluzione finale’, ma anche soltanto inserire una divisa nera all’interno di un film è allusione all’icona/olocausto) viene da rivalutare l’intera natura della violenza. c’è ferinità in una violenza che si esprime in un modo così metodico e razionale? e analogamente, c’è ferinità in una violenza che si consegna tramite delle crivellazioni e mai (o quasi) tramite il nudo scontro tra vittima e carnefice? quanta ferinità c’è nella violenza di peckinpah? e quanto ci dice sull’umanità del regista la risposta a queste domande?

l’antropologia del regista non è sociale né scientifica, né filosofica né epistemologica. l’umanità di peckinpah non ha niente a che vedere con l’animalità, con essa condivide l’impulso (di qui il paragone con gli animali, da il mucchio selvaggio in poi): l’uomo non è una bestia in catene, non è un animale, non sfoga la sua violenza privandosi della sua umanità; piuttosto, sia uomo che animale condividono lo stesso istinto autodistruttivo, si inebriano di morte. mentre nell’animale ciò assume la forma di un pre-determinato incedere eco-sistemico (gli scorpioni divorati dalle formiche) nell’uomo la violenza si fa delirio e passione demente: le armi, analogamente alla razionalità dello sterminio nazista, non mitigano l’espressione animale della violenza nell’uomo perché quell’espressione non è affatto animale, non fa affatto riferimento all’animalità. la ferinità non deriva dalla bestia, entrambe le ferinità (bestiale e umana) fanno piuttosto riferimento ad un comune sostrato esistenziale: la violenza di peckinpah non trascende l’umanità per rivolgersi a ciò che non è umano, trascende piuttosto l’esistenza per rivolgersi a ciò che non è materiale, a ciò che non è fisico.

di tutta questa violenza, ammesso che una qualche trascendenza oltrepassi il filtro dell’immagine, allo spettatore non resta che inebriarsi a sua volta.

[★★☆☆☆]

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