Mia Madre di Nanni Moretti

un moretti posato, riflessivo, ci racconta sé stesso ed il rapporto tra realtà e finzione cinematografica, tra affetti e politica, tra socialità lavorativa e intimità emotiva. il film sembra essere uno squarcio, un’istantanea su un flusso indistinto di idee: si mescolano senza discontinuità piani di realtà alternativi (il presente, il ricordo, il sogno) e linguaggi complementari (la riflessione sul cinema, i sottotesti politici, la realtà emotiva attorno a cui ruota la narrazione – la madre morente-).

quello che colpisce, in un così costante guazzabuglio teorico, è il continuo rimando ad un autorialismo che si fa colonna portante di questo cinema: è il moretti/uomo (dietro al moretti regista, defilato rispetto al moretti attore) che sfonda la parete dei linguaggi che ci presenta, uscendone come un proiettile e portandosi dietro le fila di tutto ciò che ha disposto ‘sullo specchio’ del suo film. quello che succede è analogo a quanto accadeva in 8 1/2 con alcune sostanziali differenze: il ritmo è quello posato di una riflessione che aspira ad una comunicazione meta-artistica che attinga dal reale (“riportatemi alla realtà!”) piuttosto che un delirio che si faccia immagine (non rappresentazione) dell’extra-diegesi (più che un disperato grido di auto-annichilazione, il film suona come un posato racconto individuale, un accorato bilancio personale); il rapporto con l’emotività, in questo senso, non si fa propriamente arte: l’intrusione dei piani alternativi a quello basale della realtà(/cinema) suona più come un’osservazione descrittiva (dal vago sapore dell’ultimo haneke) che come un vertice espressivo. quello che succede, in definitiva, è un ridimensionamento dell’esperimento di fellini: i cardini teorici rimangono intatti, la struttura cinematografica però si piega e si abbassa al loro servizio.

dispiace dunque che, dopo tutti questi anni, il messaggio di fellini sia rimasto sostanzialmente invariato. anzi, che nel rimanere invariato sia stato incastonato in una costruzione debole, indebolita, infiacchita sotto dei dettami che sono prima linguistici, prima personalmente comunicativi e soltanto a posteriori cinematografici. sembra che, laddove in fellini il cinema era vertice e fautore della comunicazione autoriale (che ne veniva schiacciata, che si annullava in esso) qua le cose stiano esattamente al contrario: è il cinema che viene schiacciato da ciò che lo circonda, da ciò che lo precede, da ciò che lo segue. il risultato è qualcosa di non soltanto socialmente (dato che il ‘sociale’ a moretti interessa parecchio) decentrato (verrebbe da aprire una parentesi su quanto, ad oggi, il cinema necessiti davvero di un approccio così datato: l’autore è già cinema, lo è già stato, mentre quello che si fa in un film del genere sembra essere riportare l’immagine al servizio della persona, riportargliela sotto, strumentalizzare l’espressione e renderla banale comunicazione, renderla dato, renderla mezzo piuttosto che apertura, voce piuttosto che esperienza) ma anche di cinematograficamente derivativo.

moretti si mette comodo, racconta un po’ di sé, snocciola una narrazione ed una riflessione quasi esclusivamente verbali. il suo cinema viene (quasi-)consapevolmente mortificato, scompare, si fa trasparenza (la stessa parentesi sugli attori sembra attuarsi nella minimizzazione dell’attore, piuttosto che nella valorizzazione dell’uomo/attore: la buy sembra essere soltanto la buy, moretti soltanto moretti, non c’è un mondo-altro che i due affiancano alla loro personalità. l’interpretazione si rende trasparenza, si rende partecipazione, non si aliena. nel mantenere la comunicazione ancorata al piano extra-diegetico, quello che si verifica è l’annullamento della diegesi cui invece il cinema era, in fellini, strettamente connesso tanto da essere fuso. qua il piano della diegesi sembra essere prettamente funzionale ad una banalità comunicativa quasi avvilente).

i pregi di questo film sono pregi già visti. i difetti di questo film sono difetti tutti nuovi, effetti di una deriva sterile ed annoiata, più triste del suo stesso approccio emotivo. approccio che, in fin dei conti, si configura come l’elemento più riuscito del film: piace a questo proposito (ed è una delle poche cose che piacciono) il finale, unico momento in cui forse qualcosa dalla comunicazione/immagine riesce ad emergere.

[★☆☆☆☆]

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