Helldriver di Yoshihiro Nishimura

meteoriti zombie, serial killer, innesti robotici, nazisti mostruosi, armate di morti viventi, motoseghe, fiumi di sangue, mutilazioni, questo film sembra non volersi privare di nulla strutturandosi su una continua ricerca di una trovata più estrema delle precedenti atta a tenere alta l’attenzione e non farla arenare nella noia di una sequela di scene d’azione monotone e incentrate sulla guaina splatter.

oltre il trash, la mancanza completa di inibizione (che ironicamente si fa inibizione al contrario: in un così continuo bombardamento di sregolatezza pare che non ci sia spazio per alcuna nicchia -per così dire ‘regolata’- all’interno della quale costruire una narrazione di qualche genere) e il continuo sfoggio di effetti speciali eccessivi e grotteschi, nishimura nasconde ben poco. è uno scopo di questo cinema nascondervi ben poco: in fin dei conti, film del genere sembrano essere delle vere e proprie controparti underground del ‘filone’ postmoderno. è inutile soffermarsi sulla loro natura puramente culturale, puramente estetica, puramente formale: la deformazione dei valori non è neanche lontanamente attuata e la narrazione si struttura su di un cosmo che è imbastito senza neanche tenere in considerazione la sua natura deviata (e deviante). attingendo più dal fumetto, dal cartone animato, dal videogioco e dal sottobosco cinematografico/culturale che è il calderone delle produzioni indipendenti horror/erotico/splatter, i film di nishimura vanno ad essere un’accozzaglia di provocazioni e di gratuità atta soltanto a divertire, a far sorridere un pubblico che (analogamente alla narrazione) si situi già al di là del de-strutturato.

in ciò, forse, il più grande fallimento di un film come questo: partendo dalla banalità del de-strutturato (dall’omissione della de-strutturazione) probabilmente quello che si arriva a fare è creare una nicchia all’interno della quale non si dà più assolutamente nulla che non sia un sornione sorriso ebete stampato sulla faccia dinnanzi all’ultima trovata. il pubblico di riferimento, in questo senso, forse non è più neanche a posteriori di nulla, ma semplicemente in sospensione di un qualsiasi tipo di approccio consapevole all’opera. quello che si arriva ad ottenere è un pubblico che cerca da un prodotto simile una banalissima atmosfera di completo e ironico abbandono alla mattanza priva di senso. ed è per questo che un film come helldriver è, a tutti gli effetti, una controparte underground del cinema postmoderno: muovendosi sui binari di una consapevolezza che finisce per scavare una nicchia in cui gli stessi concetti di ‘consapevolezza’ e ‘inconsapevolezza’ perdono di senso, ottiene un prodotto che è immediatamente esclusivamente culturale e che non chiede assolutamente nulla, che non osserva altro che sé stesso, che si dà come uno dei suoi cadaveri mutilati all’attenzione di una platea di comatosi.

lasciatevi servire, lasciatevi divertire, cercate di non lasciarvi annoiare: in fin dei conti, la noia è forse l’ultima deriva cui un cinema del genere deve far fronte.

[☆☆☆☆☆]

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