La Cinese di Jean-Luc Godard

un film ‘in fieri’ che prende come spunto una serie di discussioni tra un gruppo di ragazzi dentro una casa. i giovani, militanti maoisti, si daranno ben presto a degli atti estremi.

al di là dell’ambigua morale politica e della consueta stilistica godardiana (immagine cinematografica come critica alla società dell’immagine e come critica alla stessa immagine, tramite inserti pop e de-strutturazioni della narrativa filmica) quello che questa volta si verifica con una consapevolezza quasi spudorata è una specie di improvvisazione cinematografica: non nel senso che il film, più dei precedenti, venga improvvisato (le sceneggiature di godard non sono mai state tra le più dense di dettagli, basti pensare al plot scheletrico e vagamente filosofico di due o tre cose che so di lei) quanto più nell’ottica in cui il processo espressivo si dia continuamente nella sua improvvisazione.

laddove l’esposizione dell’atto cinematografico (anti-narrativo ed anti-filmico nel suo denunciare continuamente un processo di produzione di immagini) è sempre stata più o meno presente (basti pensare allo sguardo della telecamera ne il disprezzo, episodio forse più somigliante tra tutti all’intromettersi dei ciak o dei tecnici di scena nell’economia narrativa di questo film) questa volta non è soltanto l’impalcatura che presenta l’immagine/critica ad essere esposta all’attenzione di quella stessa immagine: ad essere reso esplicito è lo stesso processo creativo, non più semplice gioco ad incastri in bilico tra finzione e consapevolezza di finzione quanto invece progressivo e continuo strutturarsi di progressive e continue genesi di immagini. quello che si perde non è soltanto l’illusione rappresentativa (che nel momento in cui prende le distanze dalla rappresentazione si fa immagine) ma anche l’illusione espressiva: il film sembra una specie di prodotto fuoriuscito da una collettività di menti, in fieri nel vero senso della parola, originatosi in un preciso momento che è incrocio cronologico di più vite, quasi tecnico. la scomposizione dell’immagine cinematografica non è più teoretica o fruitiva, si fa quasi burocratica, si fa quasi (e in questo forse si può veramente parlare del film più politico di godard) politica. non soltanto il racconto si rende non-racconto, la narrazione non-narrazione, i personaggi non-personaggi (ma anche e subito attori) e la sceneggiatura non-sceneggiatura (ma riflessione, speculazione, saggio critico regalato a degli ambigui interpreti) ma il film si denuncia come non-film. il risultato è una specie di documentario in cui le cesure tra narrazione e sfondamento della cornice filmica sono talmente frequenti da rendere il tessuto del racconto stesso un collage di impressioni equidistanti sia dal cinema/immagine sia dal cinema/critica.

è inutile darsi da fare con ulteriori definizioni: il processo critico di godard è sempre lo stesso, la poetica cinematografica si intromette nella grammatica del cinema e la deforma con modalità di volta in volta differenti ma analoghe, eccezion fatta per delle palesi ripetizioni (che sfociano spesso in episodi di filmografia minori). nel tentativo di spingersi ogni volta appena oltre la linea di demarcazione sondata dall’opera precedente, godard costruisce un vero e proprio cinema dell’eccesso. eccesso critico, eccesso linguistico, eccesso ideale. in questo film la dinamica dell’eccesso è inspessita anche da un’estetica funzionante, concreta, cromaticamente decisa. tutti gli elementi di cui si è parlato e di cui si potrebbe continuare a parlare, laddove l’influenza poetica sulla grammatica (che è critica linguistica) è già stata eviscerata, vanno a costituire una guaina strutturale che è a posteriori di un processo tutto sommato unitario.

il cinema di godard continua a darsi la zappa sui piedi (in senso buono) e il risultato è un episodio di linguaggio che, pur sembrando ripetitivo, pare non aver esaurito la sua carica critica. quello che sembra sempre più evidente (o sempre più necessario) è qualcosa che oltrepassi la linea della critica (la linea della cultura delle immagini, la linea della critica alle immagini, forse la linea stessa dell’immagine): linea che però, e godard tende a sottolinearlo parecchio spesso, pare non poter essere affatto valicata.

[★★☆☆☆]

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