Room di Lenny Abrahamson

una madre ed un figlio vivono segregati in una stanza, tenuti prigionieri da un tizio che ha rapito lei da sette anni. il bambino non conosce il mondo fuori, che vede soltanto tramite un’apertura posta sul soffitto, e la madre inventa per lui un intero cosmo di distorsione (legando alla stanza i confini dell’universo conoscibile). spinti da esigenze sempre più stringenti, i due riescono finalmente a liberarsi dalla prigionia.

il film basa tutta la sua struttura sul contatto emotivo con il pubblico, avvalendosi di una stilistica accessibile ma accorata e su una sceneggiatura altrettanto aperta e semplice, di un’efficacia drammatica trasversale. mentre nella prima metà il dramma psicologico verte al thriller, dopo la liberazione la seconda metà si concentra sui protagonisti e sul loro rapporto con gli altri (e in un certo senso perde sia di interesse sia di carica comunicativa rispetto all’esordio): sorprendentemente il tono non delude del tutto e nonostante il cambio radicale di registro (tutta la prima parte è ambientata nella claustrofobica stanza del titolo, mentre la seconda si situa più ordinariamente tra interni ed esterni) svela una struttura quasi simmetrica, in cui nella seconda metà lo spazio chiuso iniziale in un certo senso si dilata e al tempo stesso svanisce, costituendosi come spazio-mentale per i due protagonisti.

di un film emotivo e semplice come questo c’è ben poco da dire. gioca le sue carte con i toni ordinari ma efficaci della fotografia, con la recitazione dei personaggi principali, la scrittura dei dialoghi e l’andamento della narrazione. film come questo, al di là della sfera comunicativa a libero accesso cui fanno riferimento, sono esclusivamente tecnici: si fa quasi ricorso, in ambito critico quanto produttivo, ad una tecnica della comunicazione più che a una concettualità della stessa. e così il prodotto non si inspessisce di alcuna lettura meta-tecnica, ma soltanto di ricerche che esprimono tutto quello che devono dal primo all’ultimo minuto. il risultato, per uno sguardo appena meno imbrigliato nell’impatto emotivo e più attento al sistema di quell’emotività, è leggermente straniante: si ha a che vedere con un film sufficiente per quanto riguarda la tecnica, la realizzazione e la qualità comunicativa, ma tutte e tre queste caratteristiche sono spostate rispetto al target che un’opera cinematografica dovrebbe avere. non al target che questa opera dovrebbe avere, più generalmente rispetto al target che il cinema tende ad assumere nella sua evoluzione organica.

room non è un film coraggioso, non è un film efficace, non è un film funzionante. le sue qualità, banalmente, sembrano essere imbrigliate in una strana sorta di efficienza. è un film efficiente, appunto. un film di cui non si sente il bisogno, per lo meno al di là di un’ottica dello svago, di cui fondamentalmente il bisogno non si è mai sentito (e non nella dimensione in cui il vuoto di una necessità è elemento imprescindibile della fruizione artistica). tale vuoto siderale di senso (che si innesta sopra il vuoto proprio dell’oggetto d’arte) è tipico di tutti i film come questo: film tecnici, efficienti, ben riusciti e mediocri.

[★☆☆☆☆]

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