Hero di Zhang Yimou

un eroe senza nome ha il privilegio di incontrare il re di qin: avendo sconfitto tutti gli assassini che cospiravano ai danni del sovrano, il misterioso paladino racconta le sue gesta dopo essere stato accolto al suo cospetto. il dialogo si rivela ben presto un gioco di scatole cinesi (mi si perdoni) di ottiche contrastanti, di punti di vista parziali, alternativi, in una continua reinterpretazione somigliante ad un thriller.

il wuxiapian è un genere all’interno del quale è piuttosto difficile astenersi da esagerazioni involontariamente comiche: spadaccini che volano, iperboli spesso estremizzate al massimo, un impianto epico che troppo volentieri cede al ridicolo. yimou sorprendentemente evita le cadute di stile abbracciando completamente la struttura topica dell’epica cinese: cede al grottesco in modo discreto, distorto dalla narrativa ad incastro, rendendolo organico sviluppo sia di un racconto personale sia di un complesso lirico come quello che tiene su il film. il risultato è un film d’azione che non rinuncia neanche ad uno dei suoi stilemi-cardine e che allo stesso tempo riesce ad acquisire una forza espressiva gigantesca nonostante il rischio costante di cadere nel ridicolo.

la forza di yimou sta, al di là dell’ovvio riferimento alla maestà lirica di kurosawa, nel trasformare il suo racconto in una visione estetica continua, spiazzante, asceticamente barocca: al tempo stesso si accede alla spiritualità (tramite il connubio tra arte della spada, calligrafia e musica – che si fanno cinema d’azione, estetica curatissima e gorgoglio meditativo in sottofondo) e si rimane vincolati ad uno splendore che è puramente narrativo (il sotto-testo politico, storico, amoroso, tutto l’insieme delle vicende tra i protagonisti e dei racconti in costante rivisitazione).

il film suona come un lungo e meditabondo susseguirsi di suggestioni, di impressioni, di sequenze oniriche.

il risultato è visivamente tendente ad una ricercatezza quasi maniacale, ad una metafisica classicheggiante, ad un’epica magniloquente ed estrema (pochissime le fasi dialogate: il racconto procede per battaglie o impressioni, per azioni che descrivono l’elementare – anche se sfaccettato – incedere della vicenda; ogni combattimento ha un tema cromatico preciso tanto da sembrar parte di un mondo a parte; rarissime le fasi in cui ci sono più di due personaggi in scena e che si ambientano in spazi chiusi o densi di dettagli, tanto che spesso sembra di trovarsi dinnanzi a delle scene d’azione ambientate in un posto altro collocato al di fuori della realtà, in cui spazio, colori e movimenti rispondono ad un’estetica pura e comunicante di per sé). il wuxiapian si fa ben più che un pretesto, si fa basale di un cinema che si costituisce come immagine narrativa pura, come susseguirsi di visioni incredibili e portatrici di suggestioni puramente estetiche (e culturali: in fin dei conti è una specie di poema epico).

verso il finale la politica cede alla poetica: il messaggio perde il suo valore critico (un film cinese che arriva a sostenere ‘il fine giustifica i mezzi’ potrebbe far sorgere ben più di qualche perplessità) e ne assume uno che è squisitamente concettuale (e, a sorpresa ma non troppo, lo spirituale della concettualità è immediatamente lo spirituale nella messinscena).

[★★☆☆☆]

 

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