Due o Tre Cose che So di Lei di Jean-Luc Godard

è una riflessione sociologica e politica sulla città di parigi e sulla società delle immagini, intrecciata con la descrizione di una giornata di una donna che si prostituisce pur di arrivare a permettersi gli agi che il consumismo le impone (dove quello stesso consumismo assume i connotati di una civiltà/immagine).

il processo iniziato con questa è la mia vita ed espressosi pienamente con una donna sposata sembra raggiungere un punto di massima frammentazione: la confusione tra soggetto e oggetto è continua, la narrazione scompare sotto la forma astratta di una continua meditazione filosofica, le immagini della società delle immagini (pubblicità, cartelloni, riviste) si fondono con l’immagine cinematografica senza sosta, cessano le distinzioni tra antropologia, politica, urbanistica, descrizione tecnica. il film sembra, molto più dei precedenti, un collage pop dal tono spudoratamente speculativo, anarchico, in cui i piani si mescolano continuamente tanto da confondersi (e quindi l’urbanistica diviene studio sull’essere umano, e quindi la pubblicità si fa filosofia, una tazza di caffè via lattea) e annullare lo stesso linguaggio che li ha divisi in origine.

un esito paradossale del cinema puramente filosofico di godard: la filosofia cessa di essere un sottotesto riflessivo al fluire della definitiva deformazione dell’immagine, piuttosto diviene essa stessa un’immagine. analogamente a quanto hanno fatto i personaggi da fino all’ultimo respiro in poi, il linguaggio filosofico si rende una parte del collage più che un suo filo conduttore: si attualizza nel bombardamento mediatico, si sostanzia nel flusso ed in esso si perde, cessa infine di avere il significato che gli è proprio. così tanto linguaggio all’interno di un così ampio e discontinuo darsi di linguaggi non fa che divenire pop. e così la riflessione di godard (che parla in prima persona dall’inizio alla fine del film, sussurrando – sussurro che forse vuole dirsi minimizzato rispetto al potere dell’immagine, ma che in realtà non fa che richiamare attenzione, non fa che potenziare l’idea di una filosofia/immagine) non si manifesta per essere compresa, non si manifesta per essere indagata o per far riflettere: piuttosto si erge alla pari di un cartellone pubblicitario, di un albero, di una gru, impenetrabile, spudoratamente comunicativa eppure debole, succube della stessa contraddizione (grandezza/mediocrità) delle immagini pubblicitarie. la società delle immagini che godard identifica tramite le sue immagini, si potrebbe dire, rende immagine anche la stessa identificazione che se ne fa. e questo risulta sì evidente dalla stilistica, ma anche sorprendentemente dalla teorica che sta dietro l’impalcatura di questi film.

nonostante alcune scene memorabili (tra tutte quella della tazza) un andamento comunque convincente e la crescente astrazione (dalla poetica cinematografica vera e propria) sembra che, a conti fatti, le critiche di godard comincino a ripetersi.

[★★☆☆☆]

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