Perfidia di Robert Bresson

da un romanzo di diderot, una donna spinge l’ex amante ad uscire con una prostituta. tra i due nasce l’amore, ma appena dopo il matrimonio arriva la scottante rivelazione.

innegabilmente legato alla (e invischiato nella) drammaturgia classica, il film lascia che caratteri autoriali decisi vengano soltanto accennati e restino embrionali. sorprendono in questo senso le scenografie (ancora una volta di una chiarezza maniacale e quasi continuamente astrattiva) e poco altro: la narrazione resta ordinariamente in bilico tra un romantico ordinario e un dramma di intrighi e macchinazioni, teso tra le psicologie delle due protagoniste (che in qualche modo rimandano a quelle del film precedente) e un intreccio tutto sommato decisamente non brillante. sul finire il cattivo si redime e i due poveri amanti si riconciliano, in una conclusione frettolosa quanto patinata (tutto avviene nel giro di dieci minuti, pur riuscendo all’interno di questo ritaglio di tempo ristretto a fare dei giri a vuoto tra pomposità dialogica e melense romanticherie fotoromanze).

il rigore formale del precedente episodio in questa occasione rischia di perdersi tra gli interni più o meno sfarzosi che incarnano gli spazi del racconto, precedentemente costituiti dai limiti quasi-ascetici di prigione e convento. in questo caso, lo spazio cede con forza al dialogo ed entrambi si piegano alle regole dell’acerbità morale della narrazione. si procede per sottrazione con grandissima fatica ed in generale il film si regge su perni ben decisi di una comunicazione in cui la parola e lo sviluppo narrativo quasi didascalicamente semplificato ed elementare la fanno da padroni.

forse più acerbo del precedente, perfidia è un film che di certo di bresson dice ben poco e che altrettanto poco dice di una qualche poetica personale, se non forse per la sua tendenza ad una strana (e in qualche modo anche mal riposta) astrazione.

[★☆☆☆☆]

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