Una Storia Americana di Jean-Luc Godard

una donna si reca in una cittadina immaginaria in america per indagare sulle sorti del compagno, scomparso in circostanze sospette e per probabili motivi politici. il racconto funge da pretesto per sfogare una critica divertita alla società dei consumi e al cinema americano tutto, una specie di distorto omaggio al cinema noir.

godard come sempre infarcisce il suo film di discorsi filosofici (memorabile il dialogo sul linguaggio) rimandi culturali e innumerevoli giri a vuoto narrativi, tirando su in questo caso un’estetica pop più che mai colorata e sgargiante (e questa volta con svariati spargimenti di sangue: il tentativo è quello di spingere all’estremo lo stile del noir e la concettualità della sua deformazione – il film somiglia davvero ad uno di walt disney con del sangue, proprio come viene detto da una voce fuoricampo nei primi minuti) e questa volta fitta di riferimenti alla cultura americana (dai nomi dei personaggi in su). la struttura comunicativa è come sempre sfacciatamente auto-consapevole (tra sfondamenti della quarta parete, interruzioni della linearità del montaggio, voci fuori campo e via dicendo).

affresco dell’america per chi non conosce l’america, questo film è una specie di immagine provinciale di ciò che l’america diviene nella sua rappresentazione di sé stessa (e nella rappresentazione di sé stessa che filtra attraverso la cultura che ne deriva): nella critica alla società dell’immagine si muove sempre la critica stessa a ciò che l’immagine (in questo caso, nella deformazione e riproposizione della cultura) arriva a ‘rappresentare’.

il film sembra più che altro un divertissement critico ed un’esercizio di narrativa: la discontinuità dell’intreccio suona come una vera e propria parodia del cinema americano (che invece, oltre che alla semplificazione, tende alla continuità e all’identificazione col carattere del protagonista – elementi qua frammentati, scomposti, improbabili). quello che sorprende è quanto in fin dei conti, pur portando all’estremo un tentativo altre volte espressosi all’interno di una struttura più ampia (basti pensare alla lettura del noir in fino all’ultimo respiro) il film non riesca a colpire né per critica stilistica né per critica narrativo/concettuale. la prima, sola, non basta per salvarlo dalla mediocrità; la seconda, ridotta ad un’insistente riproposizione di un consueto mantra pop, non appare che stanca e basale per un episodio minore, divertente e privo di qualsiasi aspettativa.

[★☆☆☆☆]

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