La Ballata di Cable Hogue di Sam Peckinpah

cable hogue viene derubato nel bel mezzo del deserto da due furfanti e, vagando nella disperazione, si imbatte in una pozza d’acqua. deciso a sfruttarla come una risorsa, comincia a mettere su un impero economico. ad accompagnarlo, tra svariate disavventure, un ambiguo predicatore ed una prostituta di cui il nostro eroe si innamora.

il film è ancora una volta un western elegiaco, questa volta però l’ironia di peckinpah spadroneggia su tutto il tessuto narrativo tanto da deformare l’epica in farsa, la lirica in favolistica ed il dramma in parodia. il tono da ‘ballata’, trasfigurato in una ritmica leggera, semplicissima e calibrata, accompagna le (dis)avventure dei protagonisti raccontando quello che da macchiettistico aneddoto si trasforma in gigantesca parabola allegorica sull’entità del progresso, sull’umanità e ancora una volta sul crollo del mito della modernità (incarnato nel crollo del mito-cultura-genere western).

la storia d’amore con la prostituta (che mira alla costruzione, romantica e parodistica, di una famiglia) il rapporto col predicatore (imbroglione e maniaco sessuale) l’ascesa economica (grazie al dominio solitario su un vero e proprio deserto umano) infine la sconfitta patetica (hogue combatte contro la macchina che lo investe, si oppone al suo moto, in un certo senso vuole proprio incorrere nella morte che infine lo raggiunge) e l’incantato inno umano conclusivo distorcono i capisaldi etico/sociali western mantenendo in qualche modo un approccio accorato: i personaggi di peckinpah sono negativi dal primo all’ultimo, eppure a nessuno di questi viene negato uno sguardo compassionevole, quasi partecipativo, quasi fraterno. l’epica che peckinpah deforma e svilisce (e in questo caso parodizza spudoratamente) non svanisce oltre una narrazione atta a negarla completamente, piuttosto risorge all’interno di un’umanità più stratificata, inspessita, quasi più consapevole di sé. il realismo di questo film, inevitabilmente teatrale, divertente, esasperato e buffonesco, è un realismo lirico più che descrittivo.

negli ultimi minuti l’impianto allegorico e favolistico si rivela in tutta la sua forza: il funerale di hogue è un vero e proprio apice di commedia e tragedia, un disincantato inno al mondo che il cinema di peckinpah sta seppellendo. il progresso (la macchina che uccide hogue) assume i connotati simbolici di una forza distruttrice ed inesorabile, forse unico vero antagonista dell’umanità (hogue, con tutti i suoi difetti e le sue meschinità, comunque muore cercando di bloccare la vettura). umanità che, violenta o meschina o patetica o buona o giusta o eroica che sia, viene qui celebrata senza alcun ritegno.

[★★☆☆☆]

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