Il Mucchio Selvaggio di Sam Peckinpah

si seguono le avventure di un gruppo di banditi in fuga da dei mercenari, assoldati da un generale messicano per recuperare delle armi. il film suona come una specie di discontinua e distorta saga epica incentrata su episodiche e sempre più spiazzanti esplosioni di violenza.

il tono del racconto è quello crepuscolare di sfida nell’alta sierra, ma laddove in quello il lirismo era addolcito su di un racconto dagli esiti vagamente nostalgici e bonari qua la lirica di peckinpah si fa un grido lacerante di anarchica e orgiastica apocalisse. il film si apre con dei ragazzini che quasi sadicamente osservano degli scorpioni venir divorati vivi da delle formiche (in seguito daranno fuoco a entrambi gli insetti): ridono, scherzano e non riescono a distogliere lo sguardo dalla macabra scena – come il loro è lo sguardo registico a soffermarsi quasi clinicamente sulla morte lenta e dolorosa degli scorpioni. l’atteggiamento di peckinpah nei confronti della violenza è esemplificato da questa apertura: da un lato si ha l’osservazione quasi maniacale della morte (che diviene poi un’orgia dionisiaca di sangue, proiettili e cadaveri in un alternarsi frenetico mirato quasi a dissezionare la narrativa che dà corpo a quella stessa violenza: quando esplode l’apocalisse, seguire le gesta dei propri ‘eroi’ in combattimento diviene materia di un vero e proprio sforzo cognitivo atto a non soccombere alla frenesia deflagrante del montaggio) dall’altra si ha un atteggiamento nei confronti della ferinità che sembra quasi cinico, che si riflette poi nell’atteggiamento verso l’umanità: i bambini che spesso compaiono tra le sparatorie -dei veri e propri massacri- sono sempre entusiasti della morte che li circonda, proprio come all’inizio lo sono di quella che vedono macerare lentamente gli scorpioni; parallelamente, a uno dei protagonisti si sente dire “tutti sogniamo di ritornare bambini”-quasi ad ignorare il ‘sadismo’ che invece ai bambini viene a più riprese imputato- e “non posso guardare” in riferimento ad una tortura inflitta ad un amico -ovviamente, senza che il tizio distolga neanche per un secondo lo sguardo dalla scena. la violenza, all’interno della struttura avvilita e annichilente di peckinpah, assume il ruolo di indiscussa protagonista della scena, tanto da appiattire i personaggi che la perpetrano al pubblico che la osserva (e che guarda il film) in un unico gesto.

il senso di apocalisse è chiaro dall’andamento degli scontri armati: la regia si serve di un cinetismo esasperato, di frenetici cambi di inquadratura, di scene a rallentatore, divenendo un vero e proprio caleidoscopio di morte. il crepuscolo del mito, evidente anche in questo film, vede al tempo stesso risorgere il sentimento etico e morire la fallita umanità che ne è stata testimone: i protagonisti, opportunisti mercenari, infine decidono di morire per una giusta causa (in un certo senso nel nome dell’amicizia) compiendo l’unico gesto che esula dalla guerra totale che attraversa il medioevo di peckinpah (ma che, pur causalmente stando fuori dalla sua retorica, non se ne esime). la loro decisione è anarchica ed emotiva e porta all’annichilazione, suonando come una specie di baccanale elegiaco che sancisce la fine di un’era (e, in un certo senso, dell’umanità stessa – che è quella protagonista del mito della frontiera – la società occidentale tutta) sotto il fragore di una pioggia di proiettili e di una carneficina che si compie con un distorto sorriso sulla faccia. il film arriva a sembrare una sadica profezia storico/filosofica.

il tono della narrazione, tra un’orgia e l’altra, è quello accorato e partecipativo che si potrebbe avere nel raccontare le vicende di alcuni vecchi amici: la bonaria secchezza con cui si osservano i comportamenti complici del gruppo di banditi si abbina alla loro sostanziale amoralità, passando per critiche politico/sociali di varia sorta (la figura del generale, la struttura tutta del racconto, il chiaro riferimento alla guerra in vietnam). il finale schiude a questa nostalgia la possibilità di un ritorno a delle comunque deformate origini, in cui pur non raggiungendo fasti mitologici (mai esistiti) si cerca di individuare nell’umanità stessa una specie di ‘ultima spiaggia’: il vecchio e il mercenario, icone di un passato che sopravvive all’annichilazione del presente, suggeriscono forse che la fine del costume occidentale (che è qua il mezzo cinematografico) non sarà la fine dell’umanità (le avventure dei due proseguono oltre il ricordo dei loro compagni perduti). il messaggio ha ovviamente un basamento politico quasi esplicitamente fascista, ma poco importa.

il mucchio selvaggio è un’epopea corale che partecipa a una semplicissima ma profonda concezione dell’umanità e che infine quella stessa concezione riesce a piegarla su sé stessa, a riavvolgerla e a trascinarla in un bagno di sangue (unico evento in grado di trascenderla). peckinpah si fa cantore di un’umanità che va verso l’annichilazione, di un racconto che vede protagonista la sua stessa apocalisse e di una narrazione che mette la violenza allucinata e totale al suo centro strutturale. inutile citare tutti gli autori che da questa estremizzazione attingeranno a piene mani.

[★★★★☆]

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...