Il Bandito delle Undici di Jean-Luc Godard

nel raccontare la storia di un borghese alienato che fugge dalla sua vita assieme ad una donna conosciuta anni prima, decidendo di vivere di criminalità e in costante fuga dalla legge, godard ricerca la sintesi della sua critica alle immagini (il cui culmine stilistico è probabilmente stato una donna sposata) e della sua critica alla società delle immagini. il risultato si discosta dalla narrativa pretestuosa ed inconsistente di precedenti episodi e parallelamente si inspessisce di una stilistica composita e sincretica (dal didascalismo di les carabiniers alle intromissioni di genere di une femme est une femme o di fino all’ultimo respiro, dal cromatismo distorto de il disprezzo al caleidoscopio pop di una donna sposata): il bandito delle undici è un film incentrato su di un racconto e parallelamente, come sempre, incentrato sul cinema di godard.

la carica anarchica della narrazione non mira a destrutturare la stessa, piuttosto piega il suo influsso ad un metaforismo comunicativo che, largamente più lineare che in altri episodi, fluisce senza scardinare la fruizione (narrativa, s’intende). parallelamente la stilistica di godard resta della consueta ingombranza: quello che sorprende in questo episodio di sintesi è che il modo di darsi del racconto cessa quasi di apparire autoconsapevole. la stilistica continuamente meta-teorica sembra in questo caso cedere il passo ad una maniera analoga, tanto che è possibile guardare questo film e non pensare continuamente al gesto registico che sta dietro le scene che si susseguono sullo schermo. in qualche modo, rendendo composito il binomio stile/narrazione, il bandito delle undici riesce a comunicare in modo quasi ordinario.

quello che si è riusciti a fare, probabilmente, è stato un vero e proprio cambiamento di paradigma. all’interno di questo ‘nuovo cinema’ sorprendentemente si riescono a trovare tutti i canoni del ‘non-godard’: quasi come se, all’interno di un contesto che ripete incessantemente la critica all’immagine, quella critica divenisse tanto scontata da essere quasi un presupposto della fruizione artistica (presupposto che, una volta acquisito, semplicemente scompare dietro la narrazione -in questo caso presente, in questo caso effettiva, in questo caso non pretestuosa). più che mai, sotto questo profilo questo film appare come un episodio di sintesi quasi crepuscolare: le deflagrazioni comunicative precedenti sono state interiorizzate, amalgamate, riproposte in modo organico e lasciate slittare sotto un complesso che ne utilizza così tante da farle sembrar parte del continuum narrativo; quello che si sta facendo è un episodio di postmoderno semplice, purificato dalla sua carica eversiva perché, probabilmente, talmente eversivo da essere ormai banale.

questa stessa banalità arriva questa volta ad essere in bilico tra una teoria del cinema (e dell’immagine) e una (più elementare) poetica personale: sembra che si stia dicendo ‘le basi sono state poste, il resto è esercizio’. e questo film suona proprio come questo, forse più di tutti i precedenti: sembra un esercizio il tono della narrazione, lo sembra l’impermeabilità dei personaggi, l’alienazione, lo sembrano le riflessioni sul linguaggio e sulla filosofia, lo sembrano il gangster movie e la parodia dei film serie-b, lo sembra in particolare il finale: annichilazione del protagonista, come sempre tra il metaforico e il simbolico fino all’ultimo, forse per una volta (a causa della tendente trasformazione di tutto questo stile in poetica) anche puramente drammatica.

[★★☆☆☆]

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