Stoker di Chan-Wook Park

dopo la morte del padre, una ragazza conosce l’ambiguo e misterioso zio che improvvisamente viene a vivere con la madre per consolarla del lutto. l’uomo nasconde un segreto, ma presto si scoprirà che anche la protagonista non è da meno.

il film è un thriller dai toni cupi e dall’estetica elegante e ricercata, vagamente burtoniana, che basa la sua stilistica sulle classiche velleità post-lady-vendetta e la sua narrativa su delle pressoché continue marce indietro (un evento viene presentato, dunque ripresentato in modo differente, dunque rivissuto e sezionato in altri modi ancora: il risultato che si ottiene è una vera e propria scomposizione della linea narrativa, tanto che dopo poco diviene quasi impossibile credere a ciò che stiamo vedendo sullo schermo in preparazione a future reinterpretazioni). il risultato, ritmicamente, da un lato ottiene dei climax disorientanti ed efficaci e dall’altro si discosta dal baratro della noia in cui sprofondavano (o tendevano a sprofondare) i precedenti i’m a cyborg e thirst, mentre spinge ad una continua attenzione disattendendo continuamente qualsiasi linearità presunta. la struttura del film si basa sul continuo dubbio e sulla continua possibilità dello stesso.

si parla sostanzialmente di una crescita personale che si sposta dai binari canonici a quelli della passione omicida con una grazia che sembra fare il verso all’ambiguità dei protagonisti. la narrazione è costellata di simboli quasi-freudiani (la cintura del padre, il fucile, le scarpe, il cibo) e  questo contribuisce ad accrescere lo spaesamento interpretativo moltiplicando le possibili linee guida che consentano di fuoriuscire dall’incertezza che si ha nei confronti dell’apparato narrativo.

nel suo quasi-postmoderno park crea dei personaggi coi quali è effettivamente impossibile stabilire un contatto empatico, passando da una fase di rigidità formale introduttiva ad una di completa deformazione dei ruoli: guardando questo film si ha l’impressione che siano lo stile e la tecnica narrativa a nasconderci qualcosa, mentre i protagonisti sembrano soccombere all’inquietudine che ce li presenta. il dubbio sopracitato si rivolge alla struttura della narrazione, non a ciò che la narrazione espone.

eclettico, virtuoso, quasi manierista, park cerca però di mantenersi coi piedi per terra e di creare un’atmosfera concreta e ‘lineare’: così, fatta eccezione per qualche trovata d’impatto (i capelli della madre che diventano l’erba di un campo) la regia cerca quasi di normalizzarsi e punta tutto sui suoi ripensamenti de-strutturanti. il risultato è qualcosa di solido, conciso ed efficace laddove nei precedenti episodi queste caratteristiche andavano perdute in un flusso velleitario dilatato e tendenzialmente noioso. non si sta tornando ai fasti della trilogia della vendetta, ma è già un passo in avanti.

[★★☆☆☆]

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