Spring di Justin Benson e Aaron Scott Moorhead

un ragazzo americano, dopo la morte della madre, va in italia per prendersi un periodo di pausa. si innamorerà di una ragazza di polignano a mare che nasconde però un oscuro segreto.

spring è un horror piuttosto anomalo, ma in senso decisamente negativo. per tutta una prima (dilatata) parte non c’è alcun elemento di tensione o simili, per tutta la seconda il macabro ed il grottesco si fanno avanti saltuariamente senza increspare in alcun modo la struttura narrativa, nella terza si ha una commistione di un romantico senza alcun guizzo di sorta, una commedia non divertente ma soltanto scomoda e noiosa ed un horror piuttosto stupido e ancora una volta appena influente. la gestione dei generi è appena accennata e goffa, tanto che sembra di assistere ad una cosa che semplicemente annoia senza avere alcun genere piuttosto che divertire mescolandone alcuni.

la scrittura è senza dubbio la parte più ridicola di tutto il complesso: si avvicendano lacune narrative senza sosta, perdite di tempo banalissime e inutilmente dilatate, dialoghi senza alcun mordente e apparentemente senza alcun intento, personaggi ridicoli e involontariamente caricaturali (il vecchio contadino su tutti) scene che dovrebbero avere un impatto emotivo ma che si riducono ad un nulla di fatto a causa di una gestione dello script (e della recitazione) niente più che amatoriale. il plot è mal gestito, decentrato, insulso, inutilmente strambo: si parte con un road-movie psicologico, si arriva ad un horror con l’amore con la donna/creatura, si finisce con un romantico/commedia in cui il protagonista cerca di stare accanto alla donna/mostro che ama. la visione stupida, grottesca ed esasperata dell’italia (il finale a pompei è l’apice di un goffo artificio cinematografico completamente distorcente e falsamente realistico) contribuisce a creare un respiro più scomodo e stupido che surreale, più debole e approssimativo che onirico.

la regia oscilla tra una normalità banalizzante e fantasmica ed emerge “virtuosisticamente” in due piani sequenza piuttosto ravvicinati e quasi inspiegabili. ben distante dall’esercizio di stile, lo sguardo narrante oscilla tra la banalità (in generale l’andamento è quello quasi-amatoriale di un serie-b qualsiasi) e qualche forzatura velleitaria (i sopracitati piani, qualche movimento di camera inutilmente ricercato -la telecamera che senza motivo svolazza in giro o si immerge nell’acqua).

il film è senza ombra di dubbio uno dei più brutti, sgraziati ed inspiegabili esperimenti di genere. la guaina estetica curata ed elegante contribuisce allo smarrimento dello spettatore, inscatolando tanta bruttura in una forma comunque stranamente gradevole.

[☆☆☆☆☆]

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