Thirst di Chan-Wook Park

un prete, tornato da una sperimentazione di un vaccino in africa, progressivamente si trasforma in un vampiro. mentre cerca di trattenersi e di non abbandonarsi al bagno di sangue, la sua storia si intreccia drammaticamente e fatalmente con quella di una donna destinata a seguirlo nella sua ‘malattia’ ma a gestire in modo decisamente meno controllato la situazione.

park mette su un horror dai contorni vagamente poetici, dalle sfumature malinconiche e dal tono estetico cupo, appena iperrealista, livido. il risultato è una narrazione torbida, quasi morbosa, oscura più che semplicemente crepuscolare. il tono da commedia nera, che potrebbe saltuariamente prendere il centro della scena, si trasforma in un balletto macabro e tremebondo.

la stilistica è ancora una volta al centro dell’opera: i virtuosismi tecnici si intrecciano con un gusto estetico innegabile e potente e sostengono una gestione delle tempistiche elegante ma dolorosa (frequenti i giri a vuoto ed i momenti in cui la narrativa letteralmente si arena nel nulla). il racconto, col rischio di essere dispersivo, incede inesorabile per moltissime parentesi episodiche e torna ad acquisire il tono perso per un inevitabile calo di interesse dalla prima parte in poi soltanto verso la fine (il finale stesso, in questo senso, funziona abbastanza bene): analogamente a quanto è accaduto in lady vendetta, l’andamento del film sembra perdersi e dilungarsi senza sosta prima di giungere alla sua conclusione (la durata stessa, oltre le due ore, è sproporzionata al racconto e allo stile rallentato). sembra quasi che park si diverta a scrivere, descrivere, muoversi e disporre e che non si interessi troppo a quanto la sua narrazione possa risentire di tanta esitazione virtuosistica.

il tanto abusato tema del vampirismo trova in questo episodio un momento di raccoglimento, sicuramente distante dalla fascinazione iper-cinetica occidentale e vicino ad uno strano tipo di contemplazione post-moderna (in cui ancora una volta non ci si risparmia un bel po’ di sangue) purtroppo però nonostante la marcia in più rispetto a tante altre ben più tristi letture non basta a salvare questo film dal terribile ed opprimente senso di vacuità e noia.

thirst si trova oltre il bilico del binomio mero-esercizio-di-stile/buon-film, giù nel baratro di un virtuosismo che a conti fatti sembra più che mai fine a sé stesso. il racconto è niente più che ordinario, la stilistica efficacissima (questa volta in particolare piace il saltuario irrompere della commedia) ma il risultato complessivo sorprendentemente gracile.

[★☆☆☆☆]

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