Final Cut: Ladies and Gentlemen di György Pálfi

è una storia d’amore piuttosto classica: due personaggi si incontrano, si corteggiano, si innamorano, hanno una relazione. l’unica parte che deflette la narrativa ‘sulla carta’ è una digressione intrusiva del mondo del sogno: ad un certo punto il protagonista parte per la guerra e muore, ma scopriamo che è soltanto un sogno e che in realtà nulla è successo. la vera particolarità del film, al di là della plottistica vera e propria, sta nel metodo narrativo scelto: final cut è un collage continuo di più di 500 film, un mash-up che attinge indistintamente da tutta la storia del cinema, sia esso occidentale od orientale, degli anni ’40 o del 2000, sia esso d’animazione o in computer grafica.

il risultato sulle prime evidente è che non esistono dei protagonisti veri e propri: i due amanti senza nome e senza volto vengono ‘interpretati’ di volta in volta da persone differenti con una frequenza allarmante, tanto da non causare uno smarrimento della capacità riconoscitiva quanto più che altro un vero e proprio stato confusionario da caleidoscopio cinematografico. le colonne sonore (e non sempre) forniscono l’unico elemento in grado di dare continuità ad una narrazione che altrimenti si affida soltanto a ciò che viene rappresentato sullo schermo (e dunque sugli ‘schermi’).

il ruolo del regista si ‘limita’ al montaggio, portando forse ad una rivalutazione del montaggio in chiave puramente eisensteiniana: final cut è una pura ‘immagine’ che non comunica affatto con la rappresentazione, essendo che si compone in prima istanza di ‘rappresentazioni’ (se si vuole interpretare ogni singola clip come indipendente dal suo apparato/immagine, cosa che in fin dei conti a causa dell’apparato culturale del cinema non è affatto) che, perdendo il contatto primordiale con ciò che hanno rappresentato (o forse mantenendolo, ma distorcendolo all’interno del meccanismo narrativo in cui vengono adesso inserite) si fanno, appunto, pure immagini. in questo senso, il film di palfi sembra farsi intendere come una speculazione sul rapporto tra tecnica e teorica cinematografiche.

al di là di questo e della piccola escursione sul ‘sogno’ (che, a causa della moltiplicazione delle immagini, non colpisce affatto nella struttura del film) questo final cut non fa praticamente altro. è un film che, al di là del senso di opprimente confusione simbolica e dell’altrettanto frustrante spaesamento narrativo, resta scritto nel suo intento e nella sua struttura. un esperimento acuto, curato, ma senza ombra di dubbio sterile. nel suo essere ‘cinema di cinema’, forse, non sente neanche troppo il peso della sua vacuità.

[★☆☆☆☆]

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...