Oldboy di Chan-Wook Park

un uomo viene rinchiuso e tenuto prigioniero senza apparente motivo per molti anni in una stanza. quando esce, la sua sete di vendetta si interseca ad una vera e propria ricerca di un senso di quanto accaduto.

il percorso del protagonista è inesorabile, truculento e stilisticamente efficacissimo (le scene d’azione e di violenza -tra tutte la carrellata a scorrimento orizzontale durante il combattimento nel corridoio- creano un’atmosfera cupa, opprimente, marcescente, cui fanno da contrappunto il poetico della colonna sonora e la voce narrante) tanto da far sembrare qualsiasi sviluppo narrativo il frutto di un’inevitabile concatenazione di eventi. ancora una volta, la sete di sangue ferina e puramente umana si mescola ad un piano quasi metafisico di determinismo agghiacciante.

determinismo che viene raggiunto qua tramite il finale da tragedia classica: a trasformare il probabile metaforismo kafkiano in un disperato intreccio ‘greco’ è il plot-twist finale (laddove un simile twist in mr.vendetta si situava al centro del film, qua il ‘passaggio del testimone’ è decentrato e regala alla narrazione una drammaticità gigantesca, individualizzata e titanica nel suo sviluppo e nel conseguente collasso).

oldboy si basa interamente sulla narrativa (il materiale di base è il manga omonimo) e sulla determinata e crudele eleganza stilistica. il connubio delle due crea un composto organico estremamente compatto, solido e spiazzante, che si innesta su simbolismi diffusi e dal sapore vagamente psicanalitico (primo tra tutti, la disposizione della stanza/prigione) che sembrano più dei contorni vivificanti che altro: laddove un simile coacervo narrativo/stilistico violento, ambiguo e composito potrebbe dare vita ad un pastiche postmoderno (canonicamente inteso, sulla scia di miike e simili) il lavoro di park sostiene il peso di una discontinuità auto-consapevole senza cederne alla fascinazione incondizionata, semplicemente arricchendosi del suo eclettismo pragmatico. la comunicazione di park, in definitiva, cavalca l’onda del ‘postmoderno’ subendone gli influssi stilistici ma non soccombendo alla dialettica ‘distacco/consapevolezza’.

di conseguenza, il prodotto risultante possiede un’autentica drammaticità prettamente testuale, più che meta-comunicativa, e si colloca ai margini di una linguistica che nei suoi esiti più anacronistici non fa che darsi la zappa sui piedi.

[★★☆☆☆]

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