Mr. Vendetta di Chan-Wook Park

un proletario sordomuto e ritardato ha una sorella che ha bisogno di un rene nuovo per vivere. fa di tutto per salvarla, compreso rivolgersi a dei trafficanti d’organi, ma tutto sembra vano. quando sequestra la figlia del suo ex datore di lavoro, le cose vanno a finire male e quella muore annegata. il padre, distrutto per la morte, cercherà vendetta.

il film si muove sui binari di una metafora politica grottesca, sanguinolenta, passionale e quasi determinista. i due protagonisti (al centro del film c’è proprio un cambio di personaggio principale) esponenti di due ben precise classi sociali, sembrano agire per necessità e per la stessa necessità arrivare a morire. se si vuole leggere le due parabole con l’interpretazione comune della ‘vendetta’, si arriva a vedere anche la prima parte come un distorto racconto di rivalsa: e dunque non c’è vendetta soltanto nel togliere la vita per un torto subito, ma anche nell’arrivare a toglierla per una serie di determinazioni sociali (i tentativi precedenti di rimediare il denaro falliscono miseramente, il rapitore è un tizio sordomuto e proprio per questo non riesce a salvare in tempo la bambina in ostaggio). prima della vendetta esplicita, consapevole e canonica, park mette in piedi una prima sezione dal sapore puramente sociale, metaforico e quasi antropologico.

l’apice della metafora si ha ovviamente al culmine dell’intero apparato narrativo: quando i due protagonisti si incontrano e giunge il momento di compiere il famigerato atto vendicativo finale. nel dare la morte c’è quasi un moto di riconciliazione e di perdono, e questo fatalmente non riesce a prescindere dalla morte stessa. quando le danze si chiudono, ulteriore sangue in spargimento conferma la struttura sociale della narrazione: e dunque ci si trova dinnanzi un meccanismo economico/politico che viene disintegrato dalla sete di vendetta di un movimento anarcoide, dinnanzi a due fulcri sociali (i protagonisti) che hanno perso l’unico motore delle loro azioni (antropologicamente quanto narrativamente passionale: la sorella e la figlia) e che addirittura per perseguire una vendetta (implicita e metaforica il primo, esplicita il secondo) sono arrivati a cadere vittima di altri percorsi di rivalsa personali (il primo vittima di quello del secondo, il secondo vittima degli anarchici). il fatto che alla fine siano proprio gli anarchici a porre fine alla serie di morti suggerisce una specie di collasso vero e proprio, nato dalle ceneri dell’annichilazione vicendevole di classi meno abbienti e di classi privilegiate.

sembra affrescare delle disperazioni personali, in realtà affresca un’intera società questo film di park. sorprende quanto tanta decadenza sembri in realtà sempre stata presente, senza che meccanismi di sorta (deterioranti) vengano di fatto criticati: la continua violenza (che trasforma l’analisi in un bagno di sangue vero e proprio) non fa altro che suggerire quanto in realtà sia l’umanità l’oggetto dell’indagine e la società nient’altro che un suo ‘abito’. la ferinità, mitigata e ispessita dall’apparato umano, consegna la lettura degli eventi narrati ad un piano più metafisico che antropologico in senso stretto: l’ineluttabilità dei percorsi personali (e quindi del ruolistico sociale) sembra appartenere ad un meccanismo che si basa su delle individualità ma che arriva a schiacciarne di continuo, tanto da farle infine apparire come nient’altro che fantasmi di un vissuto che ha presunto una qualche libertà. il politico di park, in qualche efficace e sanguinario modo, annulla la distanza tra l’epistemologico e l’emotivo.

lo stile composito e la continua oscillazione tra dramma e commedia nera grottesca regalano alla narrazione un tono fresco, viscerale e feroce. il film apre la ‘trilogia della vendetta’ e si presenta come il suo episodio più riuscito.

[★★★☆☆]

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