Bande à Part di Jean-Luc Godard

due amici, una donna, un furto. i cardini del cinema di genere misto godardiano ci sono: commedia, sottotesto delinquenziale, ampie digressioni (il museo, il bar) ed una smaliziata quanto costante e pungente riflessione sul cinema (in questo caso, similmente a quanto accadeva in fino all’ultimo respiro, sul cinema-fenomeno più che sul cinema-linguaggio… o meglio, su di una pragmatica del cinema più che su di una sua epistemologia).

la narrazione non si prende troppo sul serio e procede quasi candidamente tra i piccoli aneddoti che vanno a comporla: il film ancora una volta si compone di espedienti che si innestano su di una narrazione che altro non è che pretestuosa (e, verrebbe da dire, pretestuale) e vanno a costituirsi come icone vere e proprie (la protagonista ancora una volta sembra essere il motore immobile di tutto il complesso filmico che le ruota attorno, mentre molte scene divengono immediatamente vera e propria cultura del cinema, da tarantino a tornatore).

sembra che con questo episodio godard abbia voluto costruire qualcosa di largamente accessibile: l’andamento dialogico non appesantisce, la stilistica né aliena né strania, la narrativa sembra abbracciare con leggerezza l’apparato digressivo. il risultato è un film piccolo, forse minore in portata critica o concettuale rispetto agli altri, ma forse proprio per questo uno di quelli nella carriera del regista con la maggior risonanza storica (in quanto ad influsso cinematografico). le immagini di godard, per una volta, sembra vengano vissute senza l’apparato meta-estetico che le circonda: come tali vengono consegnate alla storia del cinema (che, per la distinzione accennata in apertura, è più una storia di costume del cinema che di corpo dello stesso).

dunque da una parte la dialettica classico/moderno si presenta nelle mentite spoglie di una lezione di inglese (e qua, con un certo disincanto, si sta parlando di cinema/linguaggio) dall’altra si chiude il tutto in una comunicazione dal tono composito e discontinuo, ma non sconfortante (e qua, con una certa leggerezza, si sta parlando di cinema/costume). non sorprende che i meriti di godard, in questo senso, confluiscano nel postmoderno da una parte dal punto di vista concettuale e dall’altra dal punto di vista puramente estetico. questo cinema è già estetica, questo è chiaro, ma è la già-estetica della già-estetica che va a costituire il corpo della cultura-cinema (il corpo del postmoderno/estetica, tanto per rimandare ancora una volta a tarantino). d’altronde non sarebbe facile privare della sua comunicazione un film che dicesse tutto quello che, sulla carta, dicono certi film di godard: questo è reso possibile dal fatto che la scissione tra concettuale e formale in questi film si dà, anche se a posteriori di una loro comunicazione basale. l’icona è regolata dal linguaggio critico, ma al tempo stesso riesce a svincolarsene, più che mai in un film volontariamente ‘leggero’ come questo.

[★★☆☆☆]

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...