Knock Knock di Eli Roth

un architetto, felicemente sposato e padre, rimane solo per un week-end. due ragazze, smarrite sotto il temporale, si introducono nella sua casa con la scusa di farsi dare un passaggio. in realtà, inutile a dirsi, il loro intento è ben più subdolo. i tre finiscono al letto e le due si dedicheranno follemente a distruggergli la vita senza un apparente motivo di partenza.

è un thriller che si basa interamente sul continuo sottotesto di politicamente scorretto ed eticamente scomodo, andando ad accrescere in ogni scena la sensazione di imbarazzo e disagio relazionale. gioca più che altro sul continuo rimando a qualcosa di grave che di fatto alla fine viene disatteso: di qui scaturisce un’ironia buffonesca, cinica e disincantata (la scena del cellulare alla fine ricorda, goffamente e pietosamente, l’epilogo ‘social(-e)’ di the green inferno) che pone le sue basi proprio nello scherzo in primis perpetrato ai danni dello spettatore (in seconda istanza, ovviamente, ai danni del protagonista). il continuo rimando ad un pericolo di vita, sottotesto della prima parte e tragica consapevolezza (?) nella seconda, grava sulle spalle di una narrazione che di fatto non si sbilancia mai in alcuna direzione e che più che altro gioca con una sensazione che sembra essere più ‘di genere’ che narrativa (il sospetto che le ragazze vogliano uccidere il protagonista sembra basarsi su una preconcetta conoscenza del genere di film cui appartiene quello che stiamo guardando che su altro).

nel creare una tensione continua ed una continua partecipazione empatica, roth non si risparmia di fare uso di tutti i topici del genere ‘protagonista-prigioniero-di-un-folle’: e quindi i tentativi disperati e frustrati di una fuga, di liberarsi con oggetti di fortuna, di chiedere aiuto, opportunamente posizionati e atti a creare crescendo di tensione prontamente mortificati dall’impossibilità di una risoluzione positiva.

roth non riesce a non essere appena sadico né a non farsi ancora una volta portatore di una sorniona ironia di fondo: e così alcuni topici di genere vengono distorti dalla stupidità (palese l’espediente che porta a far morire accidentalmente l’unico aiutante che vediamo comparire al fianco del protagonista; ridicolo il monologo di reeves che mescola la disperazione ad una divertita meschinità). di fatto però, ancora una volta il suo film cavalca l’onda del politicamente scorretto senza mai approdare ad una scorrettezza vera e propria, tanto da non riuscire a distaccarsi dalla media di genere nonostante il finale centrato e divertente. la messinscena ordinaria e dozzinale (laddove invece in the green inferno regnava un approccio estetico mirato, straniante e funzionante) non contribuisce a distinguere il prodotto da altri thriller simili.

un film che funziona per come deve funzionare, dunque, nel suo creare tensione e nel suo scorrere fondamentalmente senza intoppi di sorta e non deludere le aspettative che crea, ma che una volta finito lascia ben poco sia al cinema, sia al genere, sia alla stessa carriera di roth.

[★☆☆☆☆]

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