Les Carabiniers di Jean-Luc Godard

un presupposto utile: il cinema di guerra non sta a questo film come il gangster movie sta a fino all’ultimo respiro. laddove in quel primo lungometraggio/manifesto il pretesto del ‘film di genere’ slittava sotto la struttura deformante e contraddittoria edificata da godard, qua sembra che il film di genere si prenda i suoi spazi quanto dovuto e chiuda l’edificio filmico su di sé, tanto che verrebbe da trattarlo come un film di guerra fatto da godard piuttosto che un film di godard che parla di guerra (mentre per fino all’ultimo respiro si poteva chiaramente di parlare di un film a tema gangster, ma non di un gangster movie reinterpretato).

qua la reinterpretazione è limitata e de-limitata chiaramente, come del resto una certa somiglianza al cinema di rossellini & co., e piuttosto che stratificarsi su più livelli di lettura e trasformarsi in qualcosa di auto-consapevolmente cinematografico (e si legga questo ‘cinematografico’ in relazione alla discussione accennata sul genere, non sul gesto cinematografico in generale) questo les carabiniers rimane quel che è e scinde stilistica da narrativa in modo quasi netto, tanto da far apparire la prima leggermente sottotono, derivativa e niente più che velleitaria, e la seconda niente più che banale.

in una terra immaginaria, due ragazzi vengono arruolati dal re con promesse di ricchezza e prosperità e partono per la guerra. il film procede per didascalie, raccontando episodi scollegati l’uno dall’altro partendo dalle lettere che i due inviano dal fronte (che compaiono esplicitamente su schermo a fare da raccordo alle scene) per poi seguire il loro ritorno a casa fino all’amarissimo finale.

è un film esplicitamente ironico, di un’ironia tanto nera da sembrare quasi un drammatico bellico vero e proprio. i temi classici dell’abbrutimento della guerra ci sono tutti: ogni frammento che fa parte del racconto assume toni acidi e critici, pur senza pendere dalla parte di alcun idealismo partitico preciso.

le due scene indubbiamente migliori sono quella del cinema e quella, verso la fine, delle foto: nella prima, uno dei due ragazzi si trova per la prima volta al cinema e reagisce prima con timore quando vede una locomotiva venirgli incontro, poi cercando di toccare una ragazza proiettata sullo schermo (quando ci prova, sfonda il supporto dell’immagine ma quella continua ad essere proiettata sulla parete retrostante: la delusione legata alla finzione dell’atto cinematografico -che godard tende sempre a sottolineare- sembra non toccare affatto l’essenza dell’immagine filmica); nella seconda, la narrazione si dilata per più minuti (ricordando l’andamento della scena della camera da letto del primo film dell’autore) mentre vengono raccontati aneddoti circostanti delle foto dal fronte (l’ironia si mescola qua ad un’abbozzata quanto divertita riflessione sul valore delle immagini).

[★☆☆☆☆]

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