Nightwatching di Peter Greenaway

si racconta un frammento della storia di rembrandt senza troppo concedersi al biografismo storicista iper-fedele. quando il pittore si trova a dipingere ‘la ronda di notte’ si trova dinnanzi una fitta rete di intrighi e cospirazioni e infarcisce così il suo quadro di simbologie e accuse, finendo per cadere vittima dello stesso sistema che ha cercato di denunciare.

tornato sulla scena cinematografica dopo una lunga assenza, greenaway rinuncia definitivamente al complesso barocco di immagini e stratificazioni di piani, ripulendo ancora lo stile di 8 donne e 1/2 e rendendolo essenziale e pulito, nonostante sia privo di un rigore algido proprio di lavori più datati (tra tutti lo zoo di venere) e strizzi comunque l’occhio a certe tendenze meta-teoriche (e dunque si insiste parecchio sulla presenza di un palcoscenico e sullo sfondamento della quarta parete).

sembra quasi un esercizio di umanizzazione questo nightwatching, che andrà poi a sfociare nel ben più complesso episodio di eisenstein in messico, teso a rappresentare l’umanità oltre il segno e a liberarsi quasi del tutto di un certo spettro manierista, vera croce costante nel cinema dell’autore. il ritratto che ne esce fuori è qualcosa che di certo non fa gridare al capolavoro, ma che senz’altro segna un ritorno gradito.

idealmente connesso con i misteri del giardino di compton house (di cui recupera la figura del pittore -qua però più audace- e quella del rapporto tra potenti e arte, in aggiunta al tema della riproduzione artistica come vera e propria capacità percettiva -il parallelismo tra lo sguardo e l’atto del dipingere e l’insistenza sull’accecamento come metodo punitivo-) questo episodio non presenta le stesse scabrosità tematiche e cura un’estetica totalmente rinnovata, pur testimone degli episodi precedenti. quasi scimmiottando lo stesso rembrandt, greenaway sembra riprodurre uno studio delle luci che di fatto si conferma come proto-cinematografico e questa volta nel tessuto cinematografico stesso finalmente si riversa.

forse in fin dei conti mortificato dall’apparato biografico, il film riesce comunque a funzionare piuttosto bene.

[★★☆☆☆]

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