Macbeth di Justin Kurzel

spicca per una continua brama di grandezza questa ennesima interpretazione della tragedia shakespeareana: da una parte per la scelta di una sceneggiatura che mantenesse sostanzialmente intatti alcuni passaggi di quella originale, con tanto di linguaggio palesemente inattuale (nonché leggermente discosto da quello cinematografico culturalmente massificato) dall’altra per la creazione continua di un’atmosfera quasi onirica, quasi astrattiva.

i protagonisti vengono privati di un futuro (cambiano le figure dei figli: qua muti personaggi senza una personalità precisa) e gettati nelle mani di un destino ineluttabile, circondati da uno spazio metafisico (la nebbia, la mancanza quasi costante di appigli spaziali) che si fa chiuso, scuro, lugubre, in esasperata decadenza.

forse la cosa che colpisce maggiormente è l’insistenza con cui si cerca di costruire questa grandezza (a-temporale e a-culturale): il film si rende un continuo fluire di parole gigantesche e di altrettanto gigantesche visioni di un soffocante ambientalismo, sorretto da una colonna sonora liquida e marcescente. nel tentativo di rendere troneggiante la tragedia e il sentore di apocalisse incessante, si rinuncia quasi totalmente all’uso del silenzio e dell’osservazione. il dramma procede con una certa rapidità, indugiando su nient’altro che sé stesso, tanto da sembrare affrettato in alcune fasi (seguendo l’assenza di tempi morti in teatro, si mette in scena un susseguirsi di frammenti dilatati ma essenziali, senza nulla concedere alla costruzione di uno spazio altro circostante alla narrazione): la metafisica viene così mortificata e si rende semplice insistente onirismo. in quest’ottica funziona bene probabilmente solo l’ultimissima inquadratura (il bambino che corre nel rosso).

la fotografia gioca un ruolo di rilievo, trasformandosi da semplice desaturazione misticheggiante a opprimente rossore sanguigno. funziona tutto il comparto visivo, pur non spiccando per originalità (ricorda in qualche modo il ben più riuscito episodio di refn – valhalla rising) e perdendosi in distorsioni temporali a volte gradevoli altre volte no (carini alcuni rallentamenti durante le battaglie, ridicole alcune accelerazioni). funzionano infine anche gli attori, abili a reggere un copione non semplice su spalle di interpretazioni comunque tendenzialmente cinematografiche.

peccato per l’insistenza, dunque, e per la ricerca esasperata di una grandezza che forse, proprio per questa esasperazione, non riesce a manifestarsi del tutto sullo schermo.

[★☆☆☆☆]

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