Une Femme est une Femme di Jean-Luc Godard

la protagonista vuole un figlio che il compagno invece non le vuole dare, dunque si innesca un triangolo amoroso con un altro tizio, tra rivalità e stizze di vario genere.

il film è una strana sorta di commedia musicale: la musica si innesta di continuo, continuamente tace all’improvviso e torna a frastornare attorno a suoni d’ambiente, parole, situazioni, a volte scompare per dare valore al verbo e altre volte si fa essa stessa verbo, intonando canzoni, a volte invece di quel verbo prende il posto e a spiegare cosa accade sono delle scritte che compaiono in sovrimpressione. il valore dell’insistenza musicale da una parte fa da contrappunto ad una realtà apparentemente drammatica, dall’altra accompagna con leggerezza quanto accade in scena, dall’altra ancora rende drammatiche delle scene invece apparentemente tranquille. sembra quasi che il genere musicale si rovesci pesantemente sulla struttura delle scene e del racconto, piegando la realtà (pur a tratti straripante, dagli sprazzi di silenzio ambientale al contesto proletario) al tessuto filmico. in fin dei conti, è proprio la musica che fa perdere il tono al racconto: non si sa bene, proprio come in le petit soldat non si sapeva se ci fosse o meno idealismo, proprio come in fino all’ultimo respiro non si sapeva se si parlasse di un gangster o di un innamorato, se questo film sia una commedia o una tragedia. ci sono i tempi e gli stilemi di una commedia, ma si respira l’aria di un malinconico drammatico realista.

lo stile di godard si inspessisce di linguaggio (musicale, scritto, parlato) sia testuale che extra-testuale (incipit del film, riferimenti al pubblico sempre più frequenti) tanto che il film sembra essere un esperimento linguistico prima che cinematografico in senso stretto. il coacervo stilistico che esce fuori rende la narrazione continuamente discontinua, tanto che non è possibile affrontare la visione con una continuità emotiva.

godard mortifica i suoi personaggi e li getta sotto una spirale speculativa che si riflette nel gesto di fare cinema. non importa quasi neanche più quanto autobiografismo ci sia tra una cosa e l’altra, o quanto il tutto sia esteticamente celebrativo (la figura della protagonista, anche moglie e madre del futuro figlio dello stesso godard, sembra essere il motore di tutto il film sia da dentro che da fuori: sembra quasi che il film esista per lei, e non soltanto per il suo personaggio): sovrasta ogni cosa una sensazione di crescente smarrimento narrativo e stilistico, di spaesamento cinematografico. godard sta gettando le basi di un cinema pienamente consapevole di sé stesso, di una teoria linguistica che si esibisca prendendosi costantemente in giro.

innumerevoli gli stilemi che andranno poi a confluire in lavori altrui: primo tra tutti, probabilmente, l’utilizzo di esplicite sezioni di testo e il contrasto tra tono registico e contesto narrativo (evidenti, ad esempio, in noè: enter the void riprende ed esaspera i titoli d’inizio, seul contre tous l’andamento di parecchie scene, idem per irreversible o l’ultimo love) seguito ovviamente dal tono divertito, pluralizzato e speculativo (che poi è basale di un certo modo di fare cinema squisitamente postmoderno: dagli eccessi lynchiani alle gemmazioni dello stesso -i coen, tarantino– alle controparti orientali –miike, in una dimensione differente sono-).

il film in fin dei conti suona come uno scherzo, ma si presenta come una scarica al fulmicotone di rivendicazioni ciniche e di altrettanto ironiche prese di posizione teoriche. un divertimento acuto, ponderato, laddove tutta questa speculazione in futuro si farà per film del genere estetica puramente culturale. che gli intenti di questo episodio così brillante siano stati esasperati, si siano evoluti organicamente o siano stati completamente fraintesi non deve interessare in questa sede.

[★★☆☆☆]

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