Fino all’Ultimo Respiro di Jean-Luc Godard

un tizio sfaccendato vive di furti d’auto ed espedienti, costantemente con la sigaretta in bocca. braccato dalle autorità per l’omicidio di un poliziotto, si trastulla comunque con la sua relazione con una giovane donna.

godard ottiene mix disorientante tra ciò che è realismo e ciò che è puramente costruzione cinematografica: i tempi della narrazione (azioni di rilievo occupano pochissimi secondi, un inutile dialogo sul letto occupa venti minuti -peraltro memorabili-) l’attenzione per il vaniloquio, per l’osservazione critica, l’ampio spazio lasciato all’improvvisazione, i frequenti piani sequenza, l’utilizzo pressoché costante di camere a mano, l’utilizzo della sola luce naturale conferirebbero al film un tono realistico che contrasta però con scelte stilistiche e narrative quali i frequenti tagli (interni ai dialoghi, senza che sanciscano cambi di inquadratura: il silenzio tra una frase e l’altra viene praticamente rimosso dallo scambio) soluzioni narrative elementari (i frequenti furti, gli inserti di commedia) o esasperate (il finale) e sfondamenti della quarta parete (il protagonista spesso si rivolge direttamente agli spettatori). il prodotto in questo modo arriva ad essere sia anarchico nei confronti di certi stilemi classici del fare cinema sia un po’ nei confronti dei suoi stessi presunti propositi teorici.

il racconto si barcamena tra la nullità del quotidiano e la grottesca tragicommedia del gangster movie. alla fine suona più come un film che indaga il rapporto di due ‘innamorati’ attraverso un intreccio scostante e disorientante che come altro.

i protagonisti sono delle maschere prive di una vera e propria interiorità: sembra che ci sia, ma che la narrazione non si soffermi troppo a mostrarcela. del nostro eroe sappiamo un certo costante nervosismo, un’idolatria di costumi statunitensi (cinematografici, e in tal caso la struttura del film stesso riflette sia la fascinazione del protagonista per quei costumi sia il temperamento nervoso e senza compromessi) ed una tendenza alla gigionesca menzogna sulle proprie possibilità (soprattutto economiche) della protagonista intravediamo un certo malessere che si riflette soltanto nella sua scelta finale (che abbraccia una frettolosa libertà) e praticamente null’altro. tramite questi personaggi si mostrano delle immagini (derivative o appena accennate che siano) ed è proprio dell’immagine cinematografica si va riflettendo dall’inizio alla fine del film. nonostante si parli (o si possa parlare) spesso d’amore (o di odio) entrambi i protagonisti sembrano non provare alcuna emozione (forse scimmiottando o criticando un certo modo di fare recitazione). il finale vede la morte (pur involontaria) affiancarsi quasi ad un atto di ribellione intra-relazionale. pur nel momento di massimo dramma, i due non sembrano scomporsi più di tanto (lasciandosi andare all’invettiva o, in alternativa, all’apatia). in un certo senso, il film parodizza il modo in cui i film comunicano. è un’icona che deride sé stessa, nel senso più teoretico dell’espressione.

con questo primo lungometraggio (peraltro, lodevolmente in quanto ad attualità stilistica, del 1960) godard costruisce un pezzo di cinema inconsueto, apparentemente quasi lineare ma effettivamente più che disorientante: laddove la gestione delle tempistiche narrative e la stilistica dei dialoghi premeditano un’apertura del cinema all’interiorizzazione caratteriale, la costruzione di psicologie quasi impenetrabili e la strutturazione circostante (e sovrastante) di una ‘gabbia di genere’ remano in senso contrario. la discontinuità concettuale e stilistica regala al prodotto una grande varietà di chiavi di lettura.

[★★★☆☆]

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