Under the Skin di Jonathan Glazer

(articolo in via di revisione)

una creatura aliena, sotto le spoglie di una donna, va in giro adescando uomini da uccidere. durante la sua permanenza sulla terra comincerà un percorso di apertura nei confronti della vita (terrestre) ritrovandosi da un’iniziale spietata freddezza in uno stato di grande vulnerabilità.

questo spunto narrativo, apparentemente sinottico, è in realtà potenzialmente fuorviante: il film di glazer procede infatti per sottrazione, escludendo ogni spiegazione e riducendo ai minimi termini il parlato, tanto da ottenere un film di fantascienza quasi completamente astratto (al punto di farti dubitare, in certe fasi, che si tratti realmente di fantascienza). non si capisce bene perché la protagonista dovrebbe essere un’aliena, quali siano i suoi scopi, cosa accada alle vittime una volta trasportate nel luogo ‘altro’ in cui vengono inghiottite dal pavimento, quale sia il ruolo dei personaggi di contorno (i motociclisti) né quale sia il punto centrale di svolta del suo percorso (che lo fa diventare un vero e proprio ‘percorso’ deviandone gli intenti iniziali).

eliminando qualsiasi appiglio che non sia puramente visuale, under the skin si rende un caleidoscopio di possibili interpretazioni (su tutte probabilmente quella relazionale: un percorso di apertura progressiva alla vita -innescato dall’incontro con un emarginato/specchio – ironicamente mostruoso – e di sua progressiva mortificazione dinnanzi all’impossibilità di un approccio ad un mondo così gigantesco e potenzialmente violento; valido anche il sottotesto che ruota attorno al valore del corpo -la deformità sancisce l’inizio del percorso, l’impossibilità dell’orgasmo ne sancisce la fine, la bellezza esteriore ne incarna la presenza e viene distrutta dal tentativo di stupro: un’odissea nell’umanità che si risolve in un’odissea nella propria forma -il corpo alieno, o extraplanare che sia, sembra in questo caso assumere il ruolo di un’anima – ironicamente identica alla pelle che abita, una volta che da suddetta pelle si distacca verso la fine).

la prima parte è un susseguirsi di impressioni visive (alcune parecchio funzionanti -la stanza nera, l’eliminazione dei corpi- altre di derivazione classica -2001 viene citato parecchie volte sia nell’incipit sia in seguito) la seconda si rende più simile ad un drammatico dal ritmo rallentato e dal respiro metaforico. sembra che il racconto si sforzi di procedere continuamente per immagini escludendo la parte ‘burocratica’ della comunicazione, il che da una parte funziona mentre dall’altra rende il tessuto narrativo in fin dei conti un po’ povero (di eventi, di episodi).

interessanti, sempre riguardo l’incipit, due dettagli: le prime parole che la voce meccanica articola (presumibilmente l’apprendimento del vocabolario umano) sono ‘film/filmare’ quasi ad elevare il linguaggio cinematografico a baluardo portante di tutta la strutturalità linguistica (del resto la nascita del linguaggio è la nascita del corpo della protagonista in questo film, e in un certo senso del film stesso. è un po’ come dire ‘inizia il film’); in secondo luogo, alcune delle sequenze finali di 2001 (quelle in cui il protagonista attraversa il buco nero) sono riportate quasi identiche mentre un motociclista attraversa una galleria, probabilmente a supporto dell’interpretazione che vede questo film come un film di fantascienza rovesciata (in cui l’universo è il nostro mondo e l’esploratore è un estraneo, che vi entra e vi si perde dentro e ne rimane vittima).

ultima nota positiva un accenno di ironia diffuso tra la colonna sonora distorta e anni ’70/80 e l’estetica della protagonista e di certe scene.

un film di fantascienza anticonvenzionale, intelligente, astrattivo, riflessivo. un buon esempio di fantascienza a discapito di robaccia come il più recente ex machina, cedevole alle stesse suggestioni post-adolescenziali (per lo più erotiche) ma con un risultato ben più stabile. pecca forse di presunzione, ma in fondo a chi importa.

bello e intenso il finale.

[★★☆☆☆]

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