The Revenant di Alejandro González Iñárritu

battendo in ritirata dopo una spedizione finita male, dicaprio cade vittima di un grizzly e non può più muoversi. gli altri della spedizione lasciano hardy a vegliare il pover’uomo al fianco del suo unico figlio. hardy, accecato dall’avidità e dalla voglia di sopravvivere, gli uccide il figlio e lo lascia spacciato tra la neve. non morto, dicaprio affronterà una moltitudine di difficoltà (naturali e non) per raggiungere il furfante e vendicarsi.

inarritu mette su un western immerso nella natura, presentando un contesto di continua lotta per la sopravvivenza. l’umanità, ridotta allo stato barbarico, lotta per soddisfare i suoi istinti alla pari delle bestie. sorprende in fin dei conti per banalità tutto l’apparato tematico e narrativo: l’idea di un protagonista che cerca di sopravvivere immerso nella natura, senza alcun motivo per andare avanti se non la vendetta, un’umanità disastrata che si dà al saccheggio, alla carneficina e più raramente all’empatia, le stesse visioni della moglie (peraltro un po’ ridicole) di dicaprio e l’inseguimento del furfante al fianco della giustizia. si respira un’aria ben più che derivativa in praticamente ogni scena.

stilisticamente, eccezion fatta per le riprese sempre grandangolari e spesso parecchio ravvicinate (carine) e per i consueti finti piani-sequenza, si ripropone più o meno materiale già visto (dalla ricerca della meraviglia in malick -qua distorta- al continuo e quasi onirico stato di allerta herzogiano) arricchito da una fotografia di tutto rispetto ma privato della gran parte del suo impatto (la scena dello scontro iniziale è orrenda, gli animali sono tutti in una squallida computer grafica, le transizioni mascherate da piano sequenza stridono, a funzionare bene soltanto la lotta con l’orso e lo scontro finale – peraltro molto simili in ferinità, tanto per tornare al tema umanità barbarica / natura).

colpisce inoltre, al fianco di un apparato così tutto sommato banale, la presenza di un’ambigua eccezione rappresentata dai vari personaggi buoni di cuore, contro la barbarie dell’umanità del ‘siamo tutti selvaggi’ -scritto in un cartello su di un cadavere- (non tanto nell’indigeno, quanto più nel comandante e nel ragazzo che dona la borraccia). sembra che inarritu sia rimasto indeciso tra il rappresentare un cosmo continuamente negativo ed un sistema dei personaggi che si desse a qualche positività. il risultato è tematicamente strambo e narrativamente ordinario. analogamente, stupisce che tutto il contesto di natura selvaggia e assenza di leggi venga a mancare quando la narrazione si sposta in un contesto civilizzato (il fortino) e allora vengano a ripresentarsi leggi, moralità e quant’altro. ammesso che inarritu abbia voluto paragonare la barbarie della natura a quella dell’apparato sociale non si può di certo dire che ci sia riuscito troppo bene, tanto che infine sembra di essere testimoni di una semplice storia western più che di un qualche apparato teorico stabile.

per quanto riguarda i protagonisti, sorprende che hardy sia più bravo come attore sia più approfondito come personaggio. per tutta la prima parte sembra lui il protagonista, per tutta la seconda si defila ma resta a troneggiare (nella sua più totale assenza di principi che non involvano il proprio tornaconto) su un dicaprio spaurito, appiattito e poco caratterizzato.

stilisticamente sufficiente, narrativamente e concettualmente derivativo, questo the revenant riesce a deludere delle aspettative che sembra continuamente mettere in campo dinnanzi a sé stesso. pretenzioso quasi sulla scia di birdman (di cui peraltro recupera la simbologia apocalittica della cometa – qui diretta verso la vendetta) va ad essere un film niente più che banale.

[★☆☆☆☆]

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