Sicario di Denis Villeneuve

villeneuve sposta l’azione dalla provincia americana al confine col messico e infarcisce i fatti narrati di sparatorie e azioni militaresche, ma la sua attenzione resta fissa sui conflitti morali alla base dell’azione di chi deve ‘mantenere l’ordine’. proprio come in prisoners, infatti, la morale si serve di mezzi decisamente astanti dalla moralità per tenere sotto controllo chi da quella stessa distanza sferra i suoi attacchi.

la figura del padre di prisoners si divide qua in due tronconi: quella del capo dell’operazione della cia e quella del sicario del titolo. uno si serve di mezzi illeciti per mantenere l’ordine, l’altro propriamente rappresenta quegli stessi mezzi. a scrutare le loro posizioni una protagonista fragile inserita in un contesto spietato e manipolatorio.

a differenza di quanto accadeva in prisoners, qua non si danno rovesci della medaglia finali. l’atmosfera sembra imbevuta di un nichilismo più deciso che in precedenza e non c’è alcun finale amaro. tutti i protagonisti sembrano comprensibili e nessuno lo è del tutto, ma per fortuna gli eventi non la danno vinta a uno piuttosto che ad un altro.

villeneuve se la cava bene sia con le sequenze d’azione sia nel caso in cui debba distendere il ritmo in fasi più riflessive, la sua regia è corposa e ben gestita sia quando deve creare tensione sia quando deve focalizzarsi su dettagli di un certo rilievo. la sceneggiatura non brilla certo per originalità, ma eccezion fatta per qualche eccesso di fretta o semplicismo (il collega che si inserisce nell’operazione, lei che vuole restare dentro per motivi idioti, l’ultima mezz’ora in cui scompare del tutto la protagonista) ne esce bene.

sicario è un prodotto somigliante ad un blockbuster, ma con parecchie caratteristiche di un certo modo di fare cinema che alla fine è stilisticamente accettabile. distante da qualsiasi tipo di innovazione, il complesso regge talmente bene da non affaticarsi di una trama banale e di un criticismo tutto sommato sciatto.

[★☆☆☆☆]

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