Roma di Federico Fellini

(articolo in via di revisione)

privo di qualunque tipo di linearità, roma mescola liberamente il piano autobiografico, quello della farsa, quello della parodia grottesca, quello del documentario surreale. il risultato è un delirio barocco, una densità infinita di stimoli e figure, un carnevale terrorizzante di icone.

portando avanti stimoli personali, metafore gigantesche, spettacoli dementi tra passato e presente, mettendo al centro ideale di ogni ricostruzione la figura del fellini/collezionista di frammenti, di un sé stesso a muoversi attraverso il cosmo disordinato che porta sullo schermo, il fellini/regista edifica qualcosa di maestoso, maestosamente orgiastico, quasi ironicamente infernale. il fellini/uomo sembra scomparire, schiacciato da un’emotività talmente sfaccettata e pluralizzata da disintegrare il demiurgo che cerca di darle ordine (dopo averla generata -ed esserne stato generato-). lo spettatore, seguendone le tracce, si perde nel flusso di immagini e suoni.

la narrazione di spettacoli/istantanee si compone di pretesti, di spunti, cambia direzione senza seguire un filo logico e si esaurisce quasi in una fiammata di autocombustione: non resta assolutamente nulla di questo cinema, resta soltanto la traccia che ha dato di sé, resta soltanto il fellini/uomo, forse, l’ex-mastroianni/sagoma di 8 1/2 o de la dolce vita.

roma è un affresco sociale distorto da talmente tanti elementi contrastanti da divenire un incubo (pluri)personale. incubo estetico, onirico, paradossalmente festante. l’incomunicabilità de la dolce vita si rende qui ancora più totale, ancora più avvilente, tanto che praticamente tutti gridano o dicono qualcosa ma nessuno in realtà sta parlando di nulla. lo spettacolo divora continuamente, la società sembra essere il vomito di sé stessa. perfino parecchie parole sono difficili da capire: roma diviene una babele metafisica, il punto d’incontro di un’infinità di ottiche, di innumerevoli piani di realtà con il solo elemento comune dell’orgiastica priva di direzioni.

il risultato è quasi allucinatorio, tanto da puntare all’alienazione dell’attenzione di chi guarda. lo spettacolo si fa talmente roboante e grottesco da far sparire ogni traccia di realtà basale, di narrazione, di comunicazione. fellini parla di sé e del suo modo di parlare, ci parla del suo nulla personale e questo nulla è l’unica cosa che traspare da un carrozzone così denso. in un certo senso questo film non ha protagonisti se non lo sguardo narrante o lo spettacolo stesso.

innumerevoli personaggi memorabili, innumerevoli belle scene (tra tutte forse quella del cenone iniziale e quella del papa) innumerevoli caratteri, parole, musiche e costumi, in modo che di tutta questa memoria alla fine non resti praticamente niente.

[★★★☆☆]

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