Franny di Andrew Renzi

dopo la morte dei due amici in un incidente d’auto, un filantropo dalle infinite possibilità economiche si lega alla loro figlia e al suo compagno, assumendo lui nel suo ospedale, regalando alla coppia una casa e presentandosi con crescente invadenza all’interno del loro rapporto.

è la storia di una caduta umana, di solitudine e di senso di colpa e sostanzialmente di un’emotività puramente relazionale che cavalca il rapporto economico tra i personaggi. gere, nei panni dello stravagante quanto molesto quanto disperato protagonista, la fa praticamente da padrone.

il racconto soffre di qualche decentramento (decisamente troppo tempo dedicato alla crisi d’astinenza di franny verso la fine, decisamente approssimativo il conflitto centrale, decisamente sbrigativo lo scioglimento) e di più di una ingenuità (troppo il già visto, poca la profondità narrativa -mal reso l’imbarazzo di alcune situazioni, dozzinale la maggior parte delle soluzioni registiche) tanto da sembrare frettoloso sia nel raccontare che nel descrivere e da non riuscire ad essere in grado di far bene una sola delle due cose. il finale è così scemotto e all’acqua di rose da sembrare la chiusura di una commedia su una qualsiasi crisi di mezza età (ritardata di vent’anni).

volendo parlare di relazioni e di ricatti emotivi, ma soprattutto di solitudine e meschinità, il film arriva a raccontare una storia di dipendenza fuoriluogo e a concludersi poi come una favoletta di riscatto e rinascita interiore.

è un risultato così impreciso da lasciare quasi interdetti. ma forse non lascia in nessun modo, e non lascia proprio nulla.

[☆☆☆☆☆]

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