8 1/2 di Federico Fellini

è un’elegia, un esorcismo, un epitaffio, un’affermazione vitale di un altrettanto vitale e semplice nulla, un’orgia confusionaria e già decaduta (ma mai decadente) in cui si fondono un personalismo esasperato e un autobiografismo incantato assieme ad una dolorosa riflessione esistenziale, artistica e antropologica.

il film parla di moltissime cose senza parlare propriamente di niente: l’alter-ego (mastroianni) di fellini attraversa una crisi artistica e cerca esasperato da critica stampa e collaboratori di tirare avanti uno spettacolo sostanzialmente privo di qualsiasi fulcro creativo. nel farlo tira le somme su un trascorso emotivo e relazionale, sul rapporto con gli altri in generale, su sé stesso. è una specie di bilancio. la narrazione alterna di continuo parecchi piani senza che uno arrivi ad essere di conforto all’altro: il ricordo, la fantasia, la realtà vengono mescolati senza alcuna cesura ma il loro centro immobile, il protagonista/autore, non sembra trovare conforto in nessuno di essi. il modo in cui ci si destreggia tra gli svariati piani è accorato, vitale, come sempre spettacolarizzato (è anche il film più denso di virtuosismi stilistici): è un po’ come se questo film non trovasse tregua, né volesse trovarla, e si facesse inseguire da noi che lo guardiamo barcamenarsi tra infinite rinunce e repentini cambi di direzione.  il finale è una gigantesca summa e sembra quasi un addio che è sì una chiusura ma propriamente suona come un’apertura alla vita (chiusura all’arte, apertura alla vita del fellini protagonista). probabilmente sul finire si abbraccia una specie di accettazione traboccante di gioia esistenziale (nata dalle ceneri dell’accettazione) che rinuncia (o vorrebbe rinunciare) all’assenza di prospettive de la dolce vita. un tentativo del genere si lascia valutare soltanto a posteriori di sé stesso: se il cinema aliena nella sua cessazione, nella sua morte (che è un turbinio di vita) il suo slancio vitale, il fatto che questo non sia stato l’ultimo film di fellini né l’ultimo film che vedremo probabilmente si lascia accettare come un fallimento. rasserenato, scevro dall’angoscia che fino ad adesso ha contraddistinto questo cinema, ma pur sempre un fallimento.

fellini imbastisce una farsa autobiografica e continuamente meta-teorica che pone le sue basi nel suo stesso annullamento: la creatività sfrenata e morente della messinscena nasce da un’auto-annichilazione e favorita da questa spinta abbandona ogni inibizione e ogni linearità interpretativa. paradossalmente, questo film comunica in favore dell’incomunicabilità del suo autore: anzi, ci comunica quella stessa difficoltà comunicativa proprio ruotandoci attorno, giacché eccezion fatta per il ‘ruotarci attorno’ poco altro può fare. si sta tracciando il perimetro di un vero e proprio buco nero, fondativo del rapporto unico e imprescindibile tra autore e opera. nel farlo, inoltre, si tracciano i contorni dei buchi neri di ognuno: è impossibile, nel vedere una traccia così persistente di una memoria altrui, non chiederci come sarebbe stato il film se al posto di quelle sagome ci fossero state delle sagome appartenenti al nostro passato. in ciò si rende chiaro come la traccia che fellini ripercorre è immediatamente una traccia trasversale, un’immagine dell’uomo e di ciò che lo tormenta.

verrebbe da chiedersi se il regista, vedendo attori mettere in scena sé stesso e le sue memorie e le sue fantasie, abbia trovato tracce di un vissuto personale o l’abbia semplicemente visto rendersi comunicativo. lo scarto tra vita e arte, in questo caso, sembra ridursi alla maschera clownesca e al palcoscenico festante tanto caro a fellini. la dittatura dell’apparire e del riprodurre si piega a una mente che interiorizza e a sua volta rigurgita un collage di impressioni, di riflessioni, di momenti. il risultato è qualcosa che non può non essere ambiguo, ma che proprio da questa ambiguità attinge gran parte della sua forza espressiva. finita la festa e chiuso il circo malinconico di questo grande coacervo autobiografico resta nell’aria una sensazione strana, quasi disillusa. probabilmente, nel suo lento e immaginifico raccontarsi, l’autore non riesce ad escludere una sorta di titubanza che è puramente pragmatica e dialogica. dopo tutta questa meschinità autoconsapevole è difficile accettare di aver trovato una via d’uscita, è una specie di comoda scappatoia che sembra più artistica che emotiva e personale, appunto.

resta aperta la possibilità che una riflessione così intima non possa che risolversi in un piano che annulla la sua esistenza e presenta niente più che una sua riproduzione (lo spettacolo, appunto). mastroianni attore, in questo senso, forse abbracciando tutti gli altri interpreti riesce a trovare una qualche forza esistenziale. il mastroianni narratore forse non ha questa stessa capacità. tanto meno ce l’hanno il fellini regista o il fellini spettatore. voyeur di un passato che diviene monolitico, voyeur di un mezzo artistico che si fa disintegrazione del personale, voyeur di un gesto che lascia dietro sé stesso soltanto la consapevolezza di essere stato un gesto.

dinnanzi a tanta (non) vita, forse, si vuole continuare a credere di star vivendo e basta.

[★★★★☆]

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