L’Isola di Kim Ki-Duk

su di uno specchio d’acqua dei pescatori vivono in casette situate su isolotti di legno. una donna si sposta tra una e l’altra portando viveri e offrendo il suo corpo per denaro. incontra un tizio aspirante suicida per un crimine commesso e tra i due comincia una tormentata storia d’amore.

dolore e passione vanno di pari passo nel silenzioso e densissimo (?) incedere di ki-duk. questa volta forse più che in altre il calvario si esprime in modo scabroso tramite l’espediente della pesca (il tizio inghiotte un amo e si lacera le interiora, lei si pianta l’amo nella vagina) o torture animali di vario genere (quelle che saranno poi l’educazione del bambino in primavera etc).

la narrazione procede muta e faticosa (è uno dei film più estenuanti di ki-duk, abbandonate definitivamente le derive kistch di birdcage inn o wild animals) col costante riferimento dell’acqua (geografico ma anche concettuale):  una specie di specchio amniotico dal quale si rimedia cibo e nel quale si lasciano cadere soldi, feci, corpi. i protagonisti devono liberarsi dei loro spettri (il rimorso, la gelosia – piccole fughe misogine non si rifiutano mai) per abbandonarsi alla loro relazione e quando questo può accadere il finale si fa onirico, criptico, ancora più simbolico del resto. e, a dire il vero, in questo film comincia ad emergere la grammatica cinematografica di ki-duk: un’effettiva dittatura del simbolo. un cinema così grezzo ed elementare cerca di trascendere la banalità delle sue immagini (che sembra l’opposto della costruzione-impalcatura spettacolarizzata del post-moderno) tramite un continuo e criptico richiamo di allusioni, di metafore, di icone quasi-idoli simil-religiose. il punto di partenza dell’organon comunicativo è l’immagine, ma è un’immagine che pur di comunicare si aggroviglia su sé stessa, pur di ispessirsi si fa simulacro di una morte ben più derivativa di quella del ‘nuovo cinema delle attrazioni’ post-moderno.

questa strutturalità iconica condivide con la deriva cinematografica ‘post-mortem’ del cinema contemporaneo l’auto-consapevolezza, l’auto-compiacimento e la costituzione di un sistema chiuso a più piani. anziché situare su uno di questi piani una cesura meta-linguistica (come può aver fatto godard) od un elemento pluralizzante (come può aver fatto lynch) o addirittura un crollo che reintroduca l’elementarità del basamento/comunicazione (come ha fatto sono) ki-duk costruisce semplicemente un’impalcatura simbolica, ancora simbolica, di nuovo simbolica. simbolo su simbolo all’infinito, in un gioco di richiami costante che, anziché risolversi in una comunicazione effettiva, non fa che condurre al solito vuoto che avrebbe voluto evitare. sembra, in definitiva, di aver assistito ad un esercizio disperato e fallito di edificazione identitaria: identità che questo film ha soltanto, ironicamente (a giudicare dai suoi evidenti intenti) nella sua stilistica così ridondante e gravosa.

le sequenze che convincono maggiormente sono quelle di sadismo di vario genere. ki-duk crea una narrazione stranamente morbosa, terrena, non viscerale ma cruda. per il resto il film è una versione embrionale di roba che ki-duk tornerà più o meno sempre a fare tra svariati alti e bassi.

[★☆☆☆☆]

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