La Strada di Federico Fellini

è un film fiabesco che oscilla tra il patetico post-neorealista e il patetico chapliniano (spesso citato, spesso scimmiottato). racconta di una ragazza che viene venduta ad un burbero artista itinerante. lei è praticamente una ritardata (una maschera clownesca che assume dei connotati di un cristo redentore -quasi- inutile) e lui la tratta come fosse la sua schiava.

tutto sommato comincia essendo un dramma senza speranza e finisce per essere un racconto di redenzione (negli ultimissimi minuti). bonariamente, si ricerca un’umanità che arriva sì quando è troppo tardi, ma che dà un senso alle sofferenze di una vita. e così, nella vanità di tutte quelle sofferenze, la protagonista riesce davvero a combinare qualcosa. nel pianto dell’aguzzino assume il ruolo che (come l’equilibrista ha lasciato intuire) forse ha sempre avuto.

c’è quindi una specie di ottimismo sul finire, stesso ottimismo che forse ha caricato la molla durante tutto il carrozzone di patetismo e drammaticità, emergendo dal martirio di un personaggio ricolmo di una specie di pietà religiosa.

il film parla di circensi e sembra composto interamente da circensi: parecchie fasi interpretative si rifanno direttamente al cinema muto. fellini sembra svelare i retroscena di un intrattenimento studiato per le masse (quello degli artisti di strada) mettendo su uno spettacolo che a quello stesso intrattenimento somiglia parecchio. una volta fatto ciò, focalizza la sua attenzione sulla sofferenza segreta dei suoi saltimbanchi.

tutti i personaggi sono soli, infinitamente soli, e la vacuità delle loro vite si risolve in una morte priva di senso (ma profetica, quella dell’equilibrista) o in una sofferenza senza fine (quella di zampanò). il senso che emerge dal finale (tutto sommato positivo) è che forse al netto di ogni tipo di religiosità o di etica la vita vada semplicemente vissuta come è.

conservando forse un po’ di retorismo e tentando un approccio completamente emotivo al materiale trattato, fellini getta i suoi personaggi su un palco metafisico e medievaleggiante, che proprio per questo si fa anacronisticamente a metà tra il far west e la provincia italiana, in cui regnano sequenze di una drammaticità imponente e melensa (dall’inizio all’abbandono del convento, meno molesto il finale).

in questo senso, apprezzare il film al netto di ogni sua storicità e al netto di ogni pre-impostazione critica è difficile quanto per certi lavori di chaplin.

[★☆☆☆☆]

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