Lunacy di Jan Svankmajer

all’inizio del film svankmajer ci spiega che questo sarà una specie di horror. fa di più, cita alcune sue ispirazioni (poe e de sade) e ci riassume il senso del film: il conflitto tra razionalità e follia, tra mente e corpo.

la narrazione procede dilungandosi tra due poli: la casa del marchese e il manicomio. al di là di ogni possibile scappatoia alla fine i due ambienti sembrano essere entrambi negativi e nell’economia metaforica della narrazione non si dà alcuna via d’uscita.

visivamente è il film più efferato di svankmajer: invece che le solite animazioni artificiali questa volta vediamo prendere vita pezzi di carne da macello, come bistecche oppure occhi oppure ancora lingue; inoltre l’insistenza su alcune immagini (dallo stesso regista definite ‘blasfeme’ nell’introduzione) rende la narrazione più forte, meno onirica e più carnale di altri episodi in filmografia. non c’è astrazione delle forme né trasmutazione, quanto più una disgustosa e viscerale vivificazione.

in questo modo, tra una depravazione sessuale ed un cristo riempito di chiodi, uomini cosparsi di piume e lingue che si accoppiano, il film cerca di mettere in scena svariate dicotomie ponendo al centro quella tra ordine e caso.

tutta la carne che vediamo muoversi qua e là per quasi tutto il film alla fine viene imballata e venduta al supermercato. e questa è la contemporaneità (anche artistica) di cui questo film vuole farci partecipi.

pecca forse di eccesso di zelo, questo lunacy. si destreggia tra una grande varietà di tematiche con una lentezza quasi nauseante ed il risultato è qualcosa che affatica e dà l’impressione di essere superfluo, soprattutto in vista di un’introduzione così concisa ed efficace. un po’ come per otik e alice, svankmajer si diverte a mettere in scena carrozzoni inquietanti, onirici e superflui, a dare un comparto visivo a ciò che su carta (e quindi questa volta più che mai nella primissima fase) sembra esaurire già ogni suo intento.

[★☆☆☆☆]

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