La Rabbia Giovane di Terrence Malick

due ragazzi si innamorano. lui uccide il padre di lei, che osteggia la relazione, e i due scappano. durante la loro fuga si imbattono in parecchie altre persone, che il ragazzo prontamente uccide. la scia di omicidi giunge presto alla fine e lui viene condannato a morte.

c’è qualcosa al di là del tema narrativo che stride in questo esordio di malick. anzi, più che stridere che risulta straniante. e lo stesso straniamento se lo porterà dentro i giorni del cielo e andrà poi a divenire esplicitamente meditativo con i film successivi, acquisendo forse una carica sì più estatica ma senza ombra di dubbio anche molto più accessibile. in questi due primi episodi però questa sensazione è preponderante ed è una sensazione che senza ombra di dubbio deriva da un certo nichilismo meta-narrativo (le vicende che vengono raccontate sembrano non interessare affatto al regista) ma che, questa volta almeno, attinge anche da un cinismo che è puramente sociale (per una volta, sembra che malick stia davvero facendosi beffa di una certa cultura, una certa antropologia, un certo cinema – laddove in futuro da un cinismo del genere si approderà ad una specie di ricerca/accettazione filosofica): il contesto culturale di riferimento è quello preso di mira (per fare un esempio) dallo stesso lynch di cuore selvaggio. laddove là conscio dell’impossibilità potenziale il film si rifugiava in un delirio semantico/retorico, qua si fa esattamente l’opposto: il rifugio di questo film è la visione, depurata da ogni sensazionalismo ed intesa come puro spettro creativo, pura apparenza. il film è un collage non-descrittivo di sembianze, di panorami, di ritagli naturalisti: e a malick neanche interessa l’entità o la presenza di questa natura, quanto più semplicemente la sua capacità di esserci e di darsi. questo film è affamato di visioni, affamato di impressioni, e nella sua voracità segue una linea narrativa di cui non volente si disinteressa.

è un film atipico, in cui ogni inquadratura sembra indicare che quanto accade ai protagonisti sia niente più che un tassello parte di un mosaico totalmente privo di senso, ma questo non accade tramite una scarnificazione narrativa quanto più tramite la de-strutturazione di un tessuto tutto sommato comune. la vita scorre e sembra non avere alcuna direzione. e non scorre soltanto per i nostri protagonisti, quanto anche per il mondo che li circonda. per questo le loro storie alla fine sono così lontane dall’essere giudicabili (o giudicate) ma anche emotive.

il finale non è apocalittico come sarà quello de i giorni del cielo, ma senz’altro è altrettanto aperto. anzi, propriamente neanche ha senso parlare di apertura: di questa stessa apertura (indeterminazione post-finale) in fin dei conti si compone l’intero corpo del racconto.

[★★☆☆☆]

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