Cuore Selvaggio di David Lynch

lui è un galeotto in libertà vigilata, lei una giovane donna dal drammatico passato. i due fuggono insieme dalla madre di lei, che assolda dei sicari per fermarli.

da una parte questo film ricorda twin peaks (per la deformazione del melodramma classico, la parodizzazione da soap opera e la commistione di generi grottesca e indiscreta) da un’altra sembra fare da apripista per tutta una cultura ed un modo di fare cinema puramente post-moderno (dai fratelli coen a tarantino) da un’altra ancora sembra rappresentare embrionalmente quello che poi sarà l’esperimento forzatamente ricolmo di ipercinetismo televisivo, fumettistico e delirante di natural born killers.

nel raccontare un amore che trova il suo spazio tra la carnalità e la sregolatezza più banalizzata lynch da una parte parodizza tutta una serie di stilemi tipici del cinema romantico e americano in generale (accostandoli a quelli soap-operistici, deformandoli tramite l’inserto di qualche momento musical, di una recitazione costantemente sopratono, di un taglio spesso fumettistico) dall’altra mette in ridicolo la struttura narrativa con continue fughe grottesche (in un riferimento -tra un episodio e l’altro on the road- al racconto de il mago di oz).

quello che riesce a fare è un film che è in sé puramente la ‘spazzatura’ cui farà poi riferimento pulp fiction, che manda avanti l’operazione iniziata con twin peaks (soprattutto la seconda stagione) e in questo si esprime al meglio, ma si arena anche: in un cinema che è sì violentemente cinico e irrisorio, sì violentemente iconico, lynch comunque a volte spinge troppo l’acceleratore e ottiene un risultato che dal grottesco-parodico/destrutturante arriva ad assomigliare a un grottesco-demenziale/lezioso. per capirsi, va bene la commistione di generi e l’ironia diffusa fintanto che è destabilizzante, cessa di andare bene quando dopo aver indicato il vuoto espressivo in quello stesso vuoto espressivo comincia a sguazzarci (la scena della visione finale su tutto, natural born killers o roba come dal tramonto all’alba o kill bill saranno poi la massima espressione di una deriva del genere).

interessante notare come l’onirismo che fa da sottotesto alla narrazione abbia un valore culturale prima che psicologico: il racconto è deformato e allusivo per motivi che esulano da qualsiasi interiorità e che sembrano essere prima materiale cinematografico che altro. è un po’ come se il film riflettesse un’identità psicologica propria ergendosi in tutta la sua individualità linguistica, salvo poi il risolversi saltuario in derive quasi-intrattenitive spicciole.

il film funziona, eccezion fatta per alcune sporadiche cadute di stile, più o meno per tutta la sua durata. il lieto fine in un contesto del genere suona come l’atto più cinico di tutti, e si incastona bene all’interno della narrazione.

una nota a margine: belle le scene di violenza, tra tutte quella in cui dafoe si fa partire la testa con una fucilata (c’è anche una versione censurata da qualche parte, da evitare come la peste).

[★★☆☆☆]

 

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