Dead or Alive di Takashi Miike

lo scontro tra un gangster e un poliziotto diviene qualcosa di violento, viscerale, riprovevole, crescendo d’intensità fino ad uno scontro finale dagli esiti decisamente inattesi.

miike costruisce il suo film su una scena iniziale serratissima, devastante e ipercinetica, sull’epilogo narrativamente anarchico e demenziale e su alcune trovate nel mezzo che oltrepassano l’efferatezza di genere sulla scia di shinjuki triad society per qualcosa di un eclettismo oltraggioso e privo di inibizioni. il risultato è un tour de force che mescola l’ordinarietà e il piattume di alcune fasi narrative a scene di puro intrattenimento masochistico fino al collasso finale.

tra donne affogate nelle proprie pozze di liquidi corporei, schizzi di sangue che finiscono in bocche ricordando cinicamente delle eiaculazioni, crivellature di ventri rigonfi di spaghetti che esplodono in getti di vomito, sanguinolente sparatorie che somigliano a delle stragi terroristiche, la narrazione di miike procede evitando una lettura ordinaria del classico guardie-e-ladri verso qualcosa di personale, delirante e viscerale.

la narrazione viaggia verso l’annichilazione completa quando abbandona ogni traccia di realismo. questo accade negli ultimi cinque minuti, proprio durante lo scontro tra i due protagonisti (apocalittico e premeditato -anche in senso cinematografico: “questa è la scena finale”-): tra un braccio che si strappa, un bazooka che spunta fuori dal nulla ed una sfera di energia che distrugge il mondo intero. la narrazione prima procede descrivendo dei deliri, dunque si fa delirio essa stessa, oscillando tra il gioco per bambini e la più feroce ironia.

miike non crea delle icone viventi, ancora una volta. i suoi sono spettri che dilaniano la struttura stilistica, concettuale e narrativa, allontanandosi il più possibile sia dall’umanità di cui prendono e degradano la forma sia da quella che, infinitamente più vitalistica, potrebbe generarsi a posteriori del post-moderno in cui annegano.

in questo, forse inconsapevolmente, il cinema di miike è di un nichilismo puro, quasi industriale, decisamente più che cinico. quando riesce a bilanciarsi così bene e a suonare così folle, caotico e diabolico prima ancora che stupido, ripetitivo e sciatto, non si può non riconoscerlo come funzionante. quello che offre, sul bilico di un’apocalisse umana e cinematografica, è un vero e proprio strappo del linguaggio narrativo classico.

[★★☆☆☆]

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