Il Cavallo di Torino di Béla Tarr

(articolo in via di revisione)

al suo personale vertice anti-narrativo, tarr descrive un decadimento al tempo stesso globale e personale in modo scarnificato, essenziale e allegorico. un padre (il cocchiere del cavallo che nietzsche si gettò a salvare dalle percosse a torino, appunto) e sua figlia vivono in una casetta immersa nel vento e nella nebbia. in sei giorni, ripetono stancamente la solita routine scambiandosi appena qualche parola. progressivamente e senza che questo sia pienamente tangibile, l’ambiente che li circonda va incontro alla sua apocalisse: veniamo a sapere che la città è andata in rovina dalle parole di un viandante profetico, il cavallo si rifiuta di uscire dalla stalla, l’acqua del pozzo sparisce, i rumori nella notte cessano, il fuoco non si accende più, la luce stessa sembra farsi più fioca. i nostri protagonisti osservano la decadenza partecipandovi allo stesso stanco modo in cui partecipano alla vita di ogni giorno: è un po’ come se la fine delle cose facesse parte del fluire stesso della vita (gli eventi sembrano trascorrere, essere sempre trascorsi, e così questa fine si lascia trascorrere – l’unica differenza sta nel fatto che ciò che avviene dopo che è trascorsa non è dato alla visione: è fuori dal cinema, fuori dall’immagine, fuori dalla visione). il cinema di tarr esibisce l’apocalisse nel suo farsi, come un eterno crepuscolo.

i sei giorni che scandiscono il tempo sembrano porsi come una de-costruzione complementare alla genesi biblica.

i pochi dialoghi, l’incedere estenuante e l’insistenza altrettanto estenuante sugli stessi gesti ripetuti ogni mattina, ogni pomeriggio e ogni sera gettano la narrazione verso lidi scarsamente comunicativi e l’immagine dei due protagonisti e del loro stile di vita verso l’allegorico. ad aiutare i classici piani-sequenza ed una struttura che centellina al massimo i suoi sviluppi, lasciandoli smarrire tra infiniti vuoti descrittivi.

l’umanità di tarr ancora una volta percepisce il crollo ma non può far nulla per impedirlo. l’osservazione di questo crollo si interrompe prima dello schianto finale, quando il decadimento sembra avvolgere anche i bisogni dei nostri eroi (che non sentono più la fame eppure sanno di ‘dover’ mangiare).

ancora una volta un non-luogo, questa volta anche dei non-personaggi e una sorta di non-narrazione. un’istantanea quasi-metafisica, in qualche modo astante anche dal lirismo che ha contraddistinto gli episodi precedenti.

il gesto registico di tarr raggiunge la sua corporeità perfetta: lo sguardo, nel sancire il movimento teorico e narrativo più delle stesse azioni che si compiono sullo schermo, si cataloga immediatamente come narrazione (come presenza, come tangibilità). è il cinema di tarr a sancire l’apocalisse, ancora prima di ciò che questo cinema sembra voler descrivere.

[★★☆☆☆]

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